Una questione d’età

Posted on ottobre 14, 2012 di


Il 17 maggio 2012 Coldiretti presentò un report il cui comunicato stampa, ribattuto da qualche agenzia e pubblicato in sintesi su ben pochi quotidiani, avrebbe voluto (e dovuto) aprire un dibattito pubblico mentre, invece, è caduto presto nel dimenticatoio.

Il report in questione analizza “l’età media della classe dirigente italiana nel tempo della crisi” e i risultati riportati, ovviamente, sono deprimenti: non sorprende infatti che la classe dirigente italiana risulti la più vecchia d’Italia, con una media di 59 anni. A comandare in negativo la classifica, manco a dirlo, c’è il mitico governo tecnico che può vantare un’età media di ben 64 anni. I due pischelli del gruppo sono Balduzzi e Patroni Griffi, che con i loro “soli” 57 anni portano una ventata di freschezza nella compagine governativa guidata dal sessantanovenne Mario Monti.

Come riportato dallo stesso comunicato di Coldiretti “in Gran Bretagna David Cameron è diventato primo ministro a 43 anni, Tony Blair a 44, John Major a 47 e Gordon Brown a solo poco più di 50“; aggiungerei anche che Barack Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti a 48 anni da poco compiuti.

Anche il Parlamento italiano somiglia più a una casa di riposo che al luogo in cui si decide la politica (quindi il futuro) di una nazione: età media dei senatori 57 anni, dei deputati 54. Alla Camera solo 47 deputati su 630 hanno meno di 40 anni, mentre ammontano a ben 157 gli over 60.

Come fa notare, con il giusto sarcasmo, Vittorio Sangiorgio, delegato nazionale dei Giovani di Coldiretti ““la maggioranza della classe dirigente attuale andrà probabilmente in pensione prima che la crisi sia superata, anche se si tiene conto della riforma del Ministro del Lavoro Elsa Fornero”. Se si vanno infatti a vedere le età medie degli amministratori delegati delle banche (67), dei manager di aziende italiane quotate in borsa (53) e- ciò che forse fa ancora più male – dei professori universitari (63) si può facilmente capire come tutte le leve di comando del Paese siano in mano a quelle stesse generazioni che la crisi l’hanno creata e che, quindi, non si capisce secondo quale logica dovrebbero avere le capacità per superarla.

Non va poi dimenticato che solo “grazie” agli innumerevoli scandali e all’incapacità di traghettarsi al di là del governo tecnico, stiamo (forse) assistendo a uno svecchiamento della classe politica: se Angelino Alfano (42) e Matteo Renzi (37) stanno tentando con grandi difficoltà di assumere la leadership, da una parte e dall’altra dello schieramento politico, ancora oggi l’agenda politica italiana è dettata da arzilli vecchietti come Silvio Berlusconi (76), Massimo D’Alema (63), Fabrizio Cicchitto (72), Pierluigi Bersani (61), Gianfranco Fini (60), Pierferdinando Casini (57), Umberto Bossi (71) e Roberto Maroni (57), Antonio Di Pietro (62).

Il tutto sotto la supervisione del caro vecchio Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica a soli 87 (OTTANTASETTE) anni.

Credo sinceramente che la rinascita del Paese, non solo economica ma anche  (e soprattutto) sociale e culturale, debba partire per forza da uno SVECCHIAMENTO radicale della classe dirigente, propedeutico a qualsiasi futuro cambiamento: mi chiedo come si possa pensare di innovare, rilanciare, ritornare a crescere se, chi ha in mano le redini della nazione, è più vicino all’estrema unzione che al battesimo.

Posted in: #DeGenerazioni