la fine del #lavoro

Posted on ottobre 24, 2012 di


Era il 1995 quando Jeremy Rifkin pubblicava il suo saggio The End Of Work: The Decline Of The Global Labor Force And The Dawn Of The Post-Market Era.

Rifkin, descrivendo con numerosi esempi e dati inoppugnabili la progressiva riduzione nella storia del numero di ore di lavoro umano necessarie a realizzare unità di prodott0 (una patata, un automobile, un articolo di giornale), di fatto prefigurava un futuro prossimo caratterizzato dalla presenza di una larga maggioranza di inoccupati (prevalentemente poveri) e di una ristretta minoranza di “super-lavoratori” (“interpreti di simboli”, se non ricordo male), occupati nel settore della ricerca, dell’informazione, della tecnologia, della finanza, i futuri dominatori del mondo.

Le contromisure ipotizzate da Rifkin al tempo della lettura del libro mi avevano convinto, in questi giorni decisamente meno.

Queste sono notizie solo delle ultime 24 ore:

– la chiusura di stabilimenti Ford e Peugeot in Belgio e Francia

– proteste sindacali all’Ikea di Piacenza

– il dramma ambientale-umano dell’Ilva di Taranto

E risuonano ancora le parole di ieri della Fornero sul fatto che i giovani debbano imparare ad “accontentarsi”…

Allora io penso che, forse, inconsapevolmente la Fornero abbia ragione, ovvero che abbia inconsciamente rivelato la verità inconfessabile, quella che perfino Rifkin, nonostante il titolo, cerca di attenuare nel corso del suo libro:

il lavoro è finito, ragazzi, basta, kaputt

O, meglio, è finito il lavoro come lo strumento di presa di coscienza del mondo e del sé, di trasformazione della realtà, di costruzione delle condizioni di sussistenza e della società e del nostro posto in essa. E’ finito il lavoro di Hegel e Marx, per intenderci.

Il lavoro per come è stato interpretato e immaginato fino a oggi.

E se… E se tutto questo non fosse così drammatico?

Se questo “vuoto” che si apre non potesse essere invece uno “spazio di possibilità”?

Se il lavoro, per non morire, per ritornare centrale per l’individuo e le società umane, se il lavoro non dovesse per questo essere ripensato, nuovamente immaginato, nuovamente significato?

Se quindi, in fondo in fondo, la Fornero non avesse detto ancora una volta l’ennesima cazzata?

Perché “accontentarsi” vuol dire immaginare un lavoro “vecchio”, un lavoro che non serve a nessuno, tanto meno al lavoratore, un lavoro che condanna comunque alla povertà o, quanto meno, a una continua insoddisfazione (quello che spesso difendono i sindacati nostrani quando si battono per l’assunzione degli operatori di call center).

Non è questo il lavoro di cui abbiamo bisogno e in fondo anche il buon Marx si augurava un futuro in cui finalmente dal lavoro, dal “vecchio lavoro”, gli uomini fossero finalmente liberati.

 

 

 

 

 

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