CTRL+ALT+CANC

Posted on dicembre 8, 2012 di


In giorni come questi mi chiedo che senso abbia spendere ancora le proprie risorse intellettuali e il proprio tempo per cercare di comprendere, commentare e spiegarsi la contemporaneità.

Guardando a ciò che succede nel nostro misero paese, l’unica cosa sensata che si dovrebbe fare è tapparsi occhi, orecchie e bocca e aspettare la fine con il cuore in pace: una politica isterica e ostile al bene comune, una società ebete e disinteressata, un tessuto economico sempre più accartocciato su sé stesso in difesa di interessi individuali, senza alcuna reale spinta propulsiva e innovativa, questi sono (alcuni dei) massi che zavorrano l’Italia facendola sprofondare.

Mi chiedo ancora che senso abbia assecondare il teatrino politico, ormai giunto al ridicolo al grottesco, dandogli un peso e un autorità che di fatto non può più avere.

Un teatrino il cui problema non è dato dal fatto che Berlusconi decida di tornare in campo, ma che ciò gli sia permesso: perché se non si possono arginare le allucinazioni di un vecchio pazzo, bisognerebbe almeno essere in grado di contenerle e gestirle in una sfera privata, nell’ambito di una stanza, di una casa, di una villa, di un centro specializzato forse, ma certamente non del governo di una nazione.

E con Lui, il riemergere dal lato scuro della nostra memoria di tutta una serie di personaggi pittoreschi e degni, al massimo, di prendere parte a una qualche novella boccaccesca. E penso al quasi premio Nobel Brunetta, al povero Scajola e alle case pagate per lui da altri a sua insaputa, alla dotta e tranquillizzante Gelmini e via giù passando per il Governatore 2.0 Formigoni e alla sua amata consigliera Nicole.

Ci auguravamo un secondo rinascimento ed invece la sensazione è che dovremo vivere ancora per lunghi anni nel nuovo medio evo italico, epoca buia dominata da signori e signorotti interessati unicamente al proprio profitto e godimento.

Mi chiedo quindi che senso abbiano le nostre interessanti e a volte accese discussioni su “euro sì o euro no”… come se il nostro problema fosse una moneta o una politica monetaria ed economica. Vogliamo guardare il dito ancora a lungo o ci decideremo prima o poi a guardare anche la luna? Che sia Euro, Lira o Dollaro poco cambia. Quello che dovrebbe essere uno strumento della politica e poco più, è diventato oggi la foglia di fico appesa lì a coprire le incapacità e l’inettitudine di questa politica.

Se date a una scimmia degli euro, delle lire o dei dollari, non aspettatevi che a seconda della valuta questa decida come gestirli. Una scimmia è pur sempre una scimmia. Se darete nei prossimi anni all’Italia una moneta sua indipendente, non aspettatevi nulla di diverso da quanto avviene oggi. L’Italia è pur sempre l’Italia.

Ecco allora che torno a pensare a quanto sarebbe bello poter schiacciare CTRL+ALT+CANC e far ripartire tutto da zero. Se c’è qualcosa da abolire, quello non è l’euro, è l’Italia. Se c’è qualcosa da cui uscire, quella non è l’Unione Europea, è l’Italia.

L’unica soluzione, a mio modesto giudizio, sarebbe di tentare un salto più lungo di quello che siamo in grado di fare, rischiando di rimetterci la pelle forse, ma con almeno una speranza all’orizzonte: cancelliamo l’Italia. Non in senso figurato, cancelliamola proprio: invece che accorpare province, istituti scolastici e sanitari, aboliamo lo Stato centrale e le Regioni. Ripartiamo da piccole comunità, siano le province o i Comuni: può sembrare una tesi antistorica, ma vivendo in un nuovo medioevo potrebbe invece rivelarsi una scelta vincente. E badate, non lo dico per i costi, non è quello il problema: il nostro Stato oggi non è troppo costoso, è piuttosto troppo dannoso.

“L’epoca dello stato-nazione è finita, le nazioni, come dice il giapponese Kenichi Ohmae, sono diventate mere finzioni”, scriveva Anthony Giddens nel suo saggio “Il Mondo che cambia” più di dieci anni fa, ragionando sulle conseguenze della globalizzazione. Proviamoci noi a fare questo salto nel futuro, o nel passato. Non abbiamo nulla da perdere, né soldi né onore né dignità: sono stati tutti svenduti negli ultimi vent’anni al ritmo di una musichetta da piano bar.