Se i diritti diventano privilegi

Posted on dicembre 10, 2012 di


Questo blog ha nel suo payoff il conflitto generazionale.

Non si tratta di un futuro remoto quanto di una guerra già in essere, oggi, nel nostro Paese, in generale in tutti i Paesi europei.

La definiamo guerra non a caso: come altro descrivere l’attuale situazione in cui da una parte le giovani generazioni sono costrette alla disoccupazione o alla rinuncia alle proprie legittime ambizioni (legittime non solo in quanto giovani, ma in quanto giovani competenti) e dall’altra padri e madri, terrorizzati da un presente che non avevano immaginato, restano disperatamente attaccati al proprio osso? (anche qui, verrebbe da dire, legittimamente)

Il conflitto è già tra noi. Un conflitto per il proprio posto al sole, per il proprio futuro, per l’accesso ai beni materiali e culturali, soprattutto un conflitto per il godimento dei diritti civili e sociali, ovvero per quegli stessi diritti che, è bene ricordarlo, sono a loro volta il portato storico, l’esito di precedenti conflitti. Pensiamo infatti a questi esempi:

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino – promulgata a seguito della Rivoluzione Francese

Abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d’Americasuccessiva alla Guerra di Secessione

Dichiarazione universale dei diritti umani redatta a Seconda Guerra Mondiale non ancora conclusa

Pensiamo sopratutto all’attuale sistema dei diritti di welfare nei Paesi europei e del loro essere da una parte esito del conflitto mondiale, dall’altra di quello successivo, ovvero della Guerra Fredda tra Paesi capitalisti e Paesi socialisti, con i primi a concedere ai popoli un po’ di Stato sociale, per evitare lo scivolamento delle masse nel comunismo.

Non casualmente, oggi che vige un modello unico, ecco che i diritti conquistati vengono messi sotto assedio, progressivamente erosi. Dopo 70 anni di pace interna, il continente europeo non sembra infatti più in grado di sostenere quei diritti o. meglio, questi diritti stanno diventando, nel loro essere garantiti solo a una parte della popolazione (tipicamente alle generazioni più anziane), degli insostenibili privilegi.

Quello che sta accadendo oggi rispetto ad alcuni diritti garantiti (per chi? fino a quando?) come il diritto al lavoro, o quello alla pensione, è sotto gli occhi di tutti, ma pensiamo anche ai diritti delle famiglie, oppure a quelli relativi all’accesso alla sanità, all’educazione, e la lista potrebbe continuare.

E dunque? Che fare? Arrivare ad augurarsi l’esplosione di un nuovo conflitto bellico europeo in modo che i diritti di welfare, ormai logori e paradossalmente portatori di ineguaglianza, possano essere innervati da nuova linfa? Augurarsi una guerra, con tutte le sue conseguenze, perché si possa redigere una nuova Dichiarazione Universale?

Non che non ci sia provato.

Pensiamo alla costante esportazione del conflitto che ha contraddistinto la politica estera dei Paesi occidentali negli ultimi decenni. Il problema è che ormai il mondo si è fatto “uno” e che nella globalizzazione l’esportazione del conflitto equivale a portarselo immediatamente in casa, così come diventa sempre più difficile agire sulle disuguaglianze esterne per mantenere i propri diritti-privilegi interni (non dimentichiamo che il welfare europeo nasce in un mondo in cui al massimo 1mld di individui era di fatto compreso nei processi storici e interi continenti ne erano completamente esclusi, oggi che siamo 6mld tutti più o meno dentro la Storia, il trucco non riesce più).

Pensiamo alla versione non bellica che si è voluta dare al conflitto, ovvero alla cosiddetta guerra dello spread, il modo in cui le elite finanziario-governative del pianeta stanno cercando di mantenere sotto controllo le popolazioni mondiali. Anche in questo caso, però, dal momento che il conflitto lo si mantiene latente, dissimulato, il futuro che si prospetta non è quello di una nuova stagione dei diritti, quanto piuttosto, come detto, di una loro lenta erosione fino all’inevitabile cancellazione.

E dunque, che fare?

Un recente articolo di questo blog pone con forza e precisione la questione di un possibile sostituzione dello Stato quale soggetto di governo delle società contemporanee complesse con nuove e più adatte forme istituzionali e di governance.

Ipotesi certo ardita ma forse non così peregrina.

Ebbene, la proposta che qui si fa si muove nello stesso solco.

Perché in tempi così difficili non si deve avere paura di pensieri difficili. Perché in tempi così complessi non ci si può rifugiare nelle semplificazioni e nella difesa strenua dello status quo.

Quello che qui si propone, rispetto al tema dei diritti civili e sociali e di welfare, è di ritornare a ragionare sugli attuali diritti non  considerandoli come dati (divinamente o socialmente), ma come quello che sono, ovvero come prodotti storici e sociali, quindi come tali passibili di mutamenti, trasformazioni, integrazioni, sostituzioni.

Ecco, ripartiamo da qui.

Ripartiamo dal diritto alla pensione, ad esempio. Su cosa possa significare questo diritto oggi che l’età media di un individuo è decisamente diversa che nel dopoguerra, oggi che sicuramente il periodo di vita attiva e produttiva degli individui non è solo aumentato, ma si è anche spostato temporalmente in avanti (a causa dell’ingresso tardivo nel mondo del lavoro), oggi che il problema principale delle società avanzate, al di là di quello che dicono i soloni europei, non è la garanzia di chi già ha già goduto di decenni di boom economico, ma il sostegno a chi, da quando ha iniziato a lavorare, non ha visto altro che anni di diminuzione del PIL . Recuperiamo quindi il concetto che la pensione non è una (pur legittima) restituzione di un prestito fatto dal lavoratore alle aziende e allo Stato, ma il supporto per qualcuno che non è più in grado di assicurarsi il sostentamento con il proprio lavoro. Su questa base immaginiamo ad esempio cosa possa essere oggi quel diritto se applicato alle giovani generazioni, quale forma esso possa assumere, se non sia il caso di pensare a una pensione che si attivi, udite udite, prima dell’inizio della vita lavorativa di un individuo e non dopo (la si chiami reddito di cittadinanza o come si vuole).

E dopo le pensioni arriviamo anche a ripensare il diritto al lavoro.

E, ad esempio, ripensare il lavoro come strumento di definizione economica, sociale, politica dell’individuo significa forse tentare di dare una risposta diversa ai bisogni che, dagli anni ’80 a oggi, si è pensato di poter soddisfare attraverso l’indebitamento ( se non funziona più il “lavoro, quindi sono”, allora funzionerà il “compro, quindi sono” e dunque, come Reagan intuì prima degli altri, “mi indebito, quindi sono”).

E, ancora, proviamo a ripensare i diritti di proprietà individuale immaginando una loro trasformazione in diritti di accesso e fruizione a beni comuni. Non fermiamoci all’acqua o al suolo. Ripensiamo in quest’ottica anche il sistema sanitario o quello ‘educativo (cosa è rimasto, oggi, dell’università italiana quale luogo e momento comune, collettivo di apprendimento, sviluppo del sapere e sua diffusione?).

Si abbia questo coraggio finalmente.

Si abbia il coraggio di dire che l’attuale sistema di diritti di welfare oggi segna il passo, oggi crea disuguaglianza, oggi crea sacche di privilegiati e masse di disperati, si abbia il coraggio di dire che questo sistema va ripensato dalle fondamenta e superato.

(Si abbia la forza di dire che i “giovani pensionati” 60enni tedeschi che affollano il Garda per giocare le loro partite a golf prefigurano un futuro che non ha nessun senso e bellezza, un futuro non sostenibile, un futuro che non vogliamo.)

Posted in: #NuovaResistenza