Requiem for a dream

Posted on dicembre 27, 2012 di


Tra pochi mesi saremo chiamati a partecipare con il nostro voto alle Elezioni Politiche 2013, ma per prima cosa bisognerebbe chiedersi cosa mantiene ancora di “politico” questa chiamata alle urne: ben poco, a mio parere.

Se per politica intendiamo infatti “l’arte di governare una comunità” salta immediatamente all’occhio come pressoché tutti i discorsi, i programmi, le strategie e le ormai famigerate agende guardino quasi esclusivamente al lato economico di tale governo: politica come politica economica, dunque. E per il resto solo briciole o spunti di idee.

Come già rilevava Bauman “[…] i governi degli Stati che lottano giorno dopo giorno per superare le tempeste del momento passano, incespicando, da una campagna ad hoc per la gestione della crisi e da una serie di misure di emergenza all’altra, non sognando altro che rimanere al potere dopo le elezioni successive, ma per il resto privi di programmi o di ambizioni a lungo respiro, o ancor più di grandi intuizioni per risolvere una volta per tutte i problemi ricorrenti della nazione“.

Fa un certo effetto pensare che Bauman scriveva quanto sopra riportato più di cinque anni fa riferendosi, in termini di “crisi” ed “emergenza”, alla lotta contro il terrorismo internazionale (leggi Al-Quaida). Oggi che questa “paura” dell’occidente sembra essersi almeno in parte affievolita, le stesse categorie (crisi, emergenza) sono applicabili ed aderiscono perfettamente al panico economico. Il terrore per il gas nervino è stato sostituito da quello per l’aumento dello spread; non è più il crollo di enormi grattacieli a tenere in ansia intere nazioni, ma quello della borsa o del proprio prodotto interno lordo. Se nella prima decade del 2000 siamo stati sommersi e ci siamo abituati a termini mutuati dal linguaggio bellico e militare, oggi ogni uomo minimamente scolarizzato ha sentito parlare almeno una volta di bund, rimbalzo tecnico, mibtel e debito pubblico.

La scelta oggi non è se entrare in guerra o no, ma se uscire dall’euro o rimanerci. Il campo di battaglia è mutato da un arido deserto affollato di mujahedden alle sfarzose sale delle borse europee, presidiate da colletti bianchi intenti a preparare piani di battaglie speculative sempre più potenti ed incisive.

L’inviato speciale dei telegiornali non ci racconta più i momenti salienti della giornata da luoghi remoti vicini a qualche grotta di sconosciute montagne tra Pakistan e Afghanistan, ma dalle sale stampa di qualche istituzione o banca europee.

L’unica cosa che ci pare invariata è che a pagare il conto più salato sono i civili, non i generali/banchieri.

Tornando all’inizio e riprendendo la breve citazione di Bauman, un altro elemento chiave che mi pare immutato è la totale mancanza di programmi a lungo termini e di idee, se non di vere e proprie intuizioni, in grado di raddrizzare le sorti dei nostri poveri Stati. Tutto si gioca sul governo dell’immediato domani o, al massimo, del dopodomani. Non vi è traccia in nessuno degli schieramenti che si presenteranno alle prossime elezioni di proposte dagli ampi orizzonti, come se l’unico vero problema che abbia senso porsi sia la mera sopravvivenza all’emergenza dell’oggi e poi…si vedrà.

E’ in questo soprattutto che pesa l’assenza di una qualsiasi idea politica che tale possa definirsi: nell’incapacità di tratteggiare un futuro almeno a medio termine diverso e altro rispetto al deprimente presente che stiamo vivendo, a costo di accollarsi dei rischi (e le rispettive responsabilità) pur di renderlo possibile. E proprio l’elemento di rischio voglio qui richiamare come caratteristica fondamentale e imprescindibile per chiunque oggi voglia assumere il governo della nave-stato in avaria, riprendendo l’eccellente intuizione di Giddens (già citato su questo blog qui) per cui il rischio “si riferisce a scelte azzardate che sono attivamente perseguite in vista di possibilità future. Comincia quindi a essere largamente usato solo in una società orientata verso il futuro, che vede il futuro proprio come un territorio da conquistare o colonizzare. Il rischio presuppone una società attivamente impegnata a rompere con il suo passato…“.

Forse sta proprio qui il punto dolente della nostra società o, meglio, di chi oggi la governa. Che l’impegno non viene profuso nella rottura con il passato, quanto anzi nel mantenimento di determinati status quo. Le attenzioni sono quindi rivolte alla conservazione, non all’evoluzione; al costante arricchimento di un’elite, non della società tutta; al perseguimento di interessi personali o ristretti, non della collettività.

Insomma, la Politica, con la P maiuscola, va mantenuta a debita distanza dai luoghi del governo e delle decisioni, perché un’idea o un’intuizione buona potrebbero aprire gli occhi del “popolino affamato”, mostrandogli il re completamente nudo e fornendo quella scintilla, oggi ancora inspiegabilmente assente, in grado di scatenare la rivolta.