Da casa Vianello a casa Pound

Posted on febbraio 20, 2013 di


Mai come questa volta arrivo alle elezioni con le idee confuse e davvero poca speranza nel futuro. E non tanto perché temo che il “mio partito” possa perdere, ma perché un “mio partito” proprio non c’è, nella miriade di simboli svuotati di contenuto non riesco proprio a trovarlo.

In un paese storicamente incrinato a destra, mosso da istinti conservatori e borghesi ho sempre sperato, o meglio aspirato, ad una sinistra sana, vivace, capace di leggere il triste presente e proporre di conseguenza un futuro diverso.

Ma così non è, anzi. Laddove si cerca uno spirito rivoluzionario ci si trova a sbattere contro un l’immobilismo e la pacatezza di una sinistra che sembra ormai svuotata di qualsiasi pretesa non dico massimalista, ma almeno realmente riformista.

Eppure la cultura del niente offerta in questi venti anni di Berlusconismo, ben sintetizzata dalle sue televisioni, ha (forse volontariamente) creato enormi spazi, praterie sterminate e deserte, su cui tentare di edificare un’idea politica diversa. Non bastasse, il paese inginocchiato da politiche capitalistiche sciagurate e da un posizionamento all’interno del continente a dir poco penalizzante, potevano dare un ulteriore spinta alla promozione di un’idea coraggiosa e nuova.

Invece la sinistra, anche quella cosiddetta radicale, ha abboccato all’amo del nostro piccolo, intimo, nazional-popolare “sogno americano” egregiamente costruito e raffigurato nel salotto di Raimondo e Sandra, esemplare coppia borghese alle prese con una domestica indomabile e improbabili flirt e marachelle da maschio-bianco-benestante. Una lobotomia di stampo conservatrice durata trent’anni che ha dato i suoi frutti: un paese in stato vegetativo, popolato da fantasmi in grado solo di indignarsi veramente di fronte al cruciverba taroccato della Bonaccorti.

Un geniale tranello in cui sono caduti tutti, ma proprio tutti, fondato su un finto benessere generalizzato, su una dilatazione del tempo inutile e la contemporanea contrazione di quello utile. Ampi spazi concessi alla discussione del nulla e dell’inutile, nessun margine lasciato all’analisi e al dibattito del reale.

Mentre in questi vent’anni la distruzione, l’obliterazione dei diritti di cittadinanza esistenti e la negazione di quelli riconosciuti e acquisti nel resto del mondo civilizzato è stata operata con scientifico rigore da una destra lontano anni luce da posizioni seppur minimamente illuminate, la sinistra nel frattempo ha taciuto, chiusa in un silenzio  che descriverei più imbarazzante che “assordante”. Anzi avvinandosi  addirittura, man mano che ci si avvicina al voto e non si sa secondo quale logica, a quegli elementi che hanno messo la loro firma e il loro nome alla depauperazione dei diritti (leggi alla voce fini e monti).

Tanto più che a fronte di un governo del paese che si è auto escluso dalla gestione del sociale e dell’economia, enfatizzando artatamente la sua funzione di protezione dell’interesse individuale e dei (cosiddetti) valori della tradizione per potersi legittimare, ci si sarebbe aspettati una risposta in chiave fortemente progressista: se il tanto temuto patto di governo con il centro catto-bancario si avvererà, che ne sarà dei tanti bei discorsi sui diritti civili degli esclusi (dai gay agli immigrati, regolari e non); sul riequilibrio della folle disparità economica interna (l’Italia, ci ricorda spesso l’OCSE, è in fondo alla classifica della disuguaglianza: pochi hanno moltissimo, molti hanno pochissimo); del conflitto generazionale che vede storditi alle corde la miriade di trenta/quarantenni esclusi dalle posizioni decisionali (e dal mondo del lavoro); della condizione delle donne che ci avvicina più alle tradizioni, che poi pubblicamente deprechiamo, dei paesi del Nord Africa che a quelli del Nord Europa.

La disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e
da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni
duemila. […] Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di
49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della
disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta.

[OCSE Divided We Stand: why inequality keeps rising]

Si è invece scelto di lasciare la “leadership” sul tema dei diritti ad improvvisati movimenti che predicano la rivoluzione civile o ad esagitati ex comici dal temperamento autoritario, ma a che pro? Se ciò porterà anche, forse, un effimero aumento del bacino elettorale, non ci si metterà poi molto a constatare la quasi totale identità di intenti tra il centrosinistra e tutto ciò che si pone alla destra di questo. E allora si guarderà altrove.

L’hanno capito bene i neo fascisti di Casa Pound, che si buttano per ora, grazie a dio, timidamente nell’arena politica, unici a inserire nel loro programma i temi sociali. Seppure dalla parte opposta quella da me auspicata.

E pure sul piano economico e di politica internazionale, ma quali idee propone la sinistra oggi? Siamo ormai tristemente scivolati in quel gruppo di Paesi poveri, così necessari alla sopravvivenza della “Fortezza Europa” già a suo tempo delineata da Naomi Klein: “…se un continente vuole essere seriamente una fortezza, deve invitare anche un paio di paesi poveri tra le sue mura, perché qualcuno deve fare i lavori sporchi e quelli pesanti“. La Klein ha sbagliato in difetto il numero (son ben più di due) e l’identità di questi stati vassallo, pensando all’Est invece che al Sud dell’Europa, ma la si può perdonare avendo scritto questo circa dieci anni fa.

Personalmente non mi interessa che la sinistra aderisca ai vari movimenti anti euro, anti europa, pro autarchia, che sono fioriti (soprattutto a destra. Si veda, ancora, Casa Pound) come funghi nella paludosa crisi in cui stiamo affondando, ma una risposta più seria e convincente sulle future politiche economiche, quella sì. Non credo, forse ingenuamente come mi fanno notare alcuni, che gli stessi governanti con una moneta o un’Europa diversa sarebbero stati in grado di proporre qualcosa di meglio. Forse si sarebbe potuto limitare i danni, nel breve periodo, ma i limiti dell’incapacità, dell’incompetenza, della mala gestione rimangono tali, sia che la valuta nazionale si chiami lira o euro. Se chi governa le dinamiche economiche di uno stato si chiama Tremonti, rimango comunque perplesso sulla possibilità di creare un benessere economico, qualsiasi siano i mezzi (o la moneta) di cui si dispone.

Quello che (mi) manca è in buona sostanza una sinistra moderna e coraggiosa. Lo spazio perché possa finalmente fiorire c’è, il vuoto lasciato dalla corsa al centro di tutti i partiti è lì che aspetta di essere occupato. Per questo, visto il deprimente panorama elettorale attuale, aspetto alla finestra che l’inevitabile ingovernabilità del paese mi dia, in un futuro molto prossimo, la possibilità di sceglierla.

Posted in: #NuovaResistenza