Crisi 2008-2013: l’Italia ha perso un quarto della produzione industriale

Posted on marzo 31, 2014 di


In questi anni in Italia sono raddoppiati i poveri, si sono persi 2 milioni di posti di lavoro, molte persone si sono tolte la vita, le imprese hanno chiuso o delocalizzato.

Un quadro desolante, tipico di un dopoguerra.

Per questo, c’è poco da sorridere dinanzi (forse) ad un 0,8% di crescita.

Per questo, al di là dei "diversivi" adottati per attirare l’attenzione delle persone su cazzate (la vendita delle auto blu su ebay), su finte e controproducenti riforme (province e senato), su promesse già disattese (sblocco dei debiti versa la Pa e legge elettorale), sarebbe il caso di concentrarsi SERIAMENTE, sul problema dei problemi: come cercare di rilanciare la nostra economia.

Ma non sento il Ministro Guidi, nè Padoan…
Il jobsact di Renzi non si vede
E dove sono i piani industriali promessi?

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Avanti così…

fonte: http://www.lindipendenza.com/

L’andata e ritorno della crisi hanno lasciato il segno sull’economia italiana, che sta ancora attraversando una fase recessiva «particolarmente lunga e intensa»: sommando il primo round (2008-2009) al secondo (2011-2013) si ottiene un effetto devastante sulla produzione industriale del paese; in 5 anni ha perso un quarto del prodotto. È quanto emerge dal rapporto Istat 2014, sulla competitività dei settori produttivi, che ha analizzato le performance delle imprese e dei comparti manifatturieri italiani. Tra il 2011 e il 2013, sottolinea l’istituto, il periodo recessivo è stato «caratterizzato da una forte e persistente caduta» della domanda interna e da un rallentamento, nel 2013, di quella esterna. L’impatto della crisi sulle economie europee, osserva l’Istat, «è stato notevolmente differenziato. La Germania è l’unico paese ad aver recuperato quasi pienamente i livelli produttivi precedenti alla crisi; mentre la Spagna, che ha perso un terzo del prodotto industriale, riesce a superare l’Italia nella performance negativa. Francia e Regno Unito si collocano in una posizione intermedia, tra i due estremi. Gli effetti della crisi, secondo quanto emerge dal rapporto dell’Istituto di statistica, sono stati »notevolmente marcati« per il settore dei beni e di consumo durevoli, in particolare in Italia e Spagna. Per quanto riguarda i beni intermedi, invece, nell’ultimo anno sono stati registrati »segnali positivi« in tutti i paesi. Dall’analisi disaggregata, per gruppi di attività economiche, emerge che gli effetti della recessione sono stati »particolarmente pervasivi« nel tessuto produttivo di Italia e Spagna, dove sono stati registrati cali produttivi di oltre il 20% in ben due terzi del settori, tra il 2007 e il 2013.

L’andamento delle vendite di prodotti della manifattura industriale mostrano una divaricazione tra il fatturato industriale nazionale, che tra il 2011 e il 2013 ha registrato una diminuzione del 17%, e il fatturato estero che ha registrato un rallentamento, facendo segnare comunque una lieve crescita (+3%). Gli andamenti del fatturato, segnala l’Istat, mostrano «evidenti eterogeneità settoriali». I settori «vincenti» sono: gli articoli in pelle, l’industria delle bevande, l’industria alimentare e la fabbricazione di macchinari e attrezzature. Dal lato opposto si registrano, invece, i comparti che evidenziano le più forti contrazioni di fatturato: fabbricazione di mobili, confezione di articoli di abbigliamento e industria del legno. Tra le leve competitive segnalate dall’Istat si sottolinea: l’attività innovativa; l’investimento nella formazione del personale. Nell’ottica settoriale, le strategie trainanti del sistema sono: l’investimento in capitale umano; il raggiungimento di un elevato grado di connettività produttiva e l’innovazione. Nel rapporto vengono anche analizzate le risposte strategiche alla crisi. Oltre una impresa su due, secondo l’istituto, ha conservato invariata la propria dotazione di capitale fisico. Per contrastare la recessione, spiega l’Istituto di statistica, le aziende manifatturiere hanno principalmente fatto ricorso a orientamenti strategici interni, di difesa della competitività, come: la riduzione dei costi di lavoro; il miglioramento qualitativo dei prodotti; l’ampliamento della gamma di prodotti offerti e il contenimento dei prezzi e dei margini di profitto. Mentre, tra le strategie esterne si segnala: un rafforzamento delle politiche di commercializzazione.

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