Napoli è fallita. Renzi la salverà come Roma o la farà fallire come Alessandria?

Posted on maggio 6, 2014 di


Premessa doverosa, per quei cretini che malauguratamente, casualmente, inopinatamente dovessero arrivare sul blog per denigrare il mio lavoro (gratuito): non si tratta di un post razzista (io sono mezzo meridionale, ok?)

Non mi pare che i cittadini di Detroit o di Alessandria abbiamo considerato "razzisti" i cittadini di altre città…

Io una idea ce l’ho…
Renzi si è piegato alle minacce di Marino (vi ricordate "blocco la città"?)
Si è piegato a Genny a’ carogna.
Perchè non dinanzi alle anche lecite richieste di Giggino De Magistris?
Cosa hanno di diverso i napoletano dai romani?
Ad Alessandria si stanno chiedendo però la stessa cosa…

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Dopo Roma tocca a Napoli, e da un certo punto di vista il sindaco fallito De Magistris ha perfettamente ragione a dire “perchè Roma si e Napoli no?”. Si potrebbe obbiettare: Perchè gli schifosi e puzzolenti cittadini di serie C di Alessandria (Piemonte) stanno duramente pagando il fallimento della loro città mentre a Roma municipilazzate e sindaco continuano a esistere come se nulla fosse?

Vedremo cosa sceglierà Renzi, ma le premesse (Roma) non sono buone per in NON Napoletani.

Poi ci si chiede dove sia l’origine dei fischi all’Inno negli stadi.

Vi propongo un bellissimo articolo tratto da The Fielder, sulla questione, occhio ai travasi di Bile, e Forza Bancarotta, non solo per Napoli:

de magistris 1 300x199 Napoli è Fallita. Domanda: Renzi la Salverà con i Vostri Soldi?Il governo Renzi è atteso al varco da uno dei dossier piú delicati e trascurati di questi mesi: la drammatica situazione del Comune di Napoli. Il modo in cui sarà affrontata la questione metterà alla prova la credibilità del «governo del cambiamento». Alla fine di febbraio, infatti, la sezione regionale di controllo della Corte dei Conti ha bocciato sonoramente il piano decennale di rientro dal debito presentato dalla giunta presieduta daLuigi de Magistris. Quella ch’emerge dal giudizio dei magistrati contabili è unacondanna senz’appello: Napoli è tecnicamente fallita, e versa in un «irreversibile squilibrio finanziario». La città sconta una fallimentare gestione da parte del centrosinistra e due anni e mezzo di promesse e piroette mediatiche — senz’alcun contenuto — da parte del sindaco che avrebbe dovuto inaugurare la «rivoluzione arancione». Sono state previste misure insufficienti e inadeguate, in nessun modo in grado d’affrontare i principali problemi d’un bilancio disastrato. Da qui l’ovvia bocciatura da parte della Corte dei Conti.

È possibile metter in luce alcune abnormità. Prima fra tutte, l’estrema precarietà dell’enorme mole degli attivi di bilancio: essi ammontano a circa 1,2 miliardi d’euro, ma piú d’un terzo (430 milioni) è a forte rischio di non essere riscosso; inoltre, risultano quasi 70 milioni d’attivi risalenti a piú d’un decennio fa. L’impressione è che questi attivi, quasi sicuramente inconsistenti, servano a coprire «formalmente» i buchi e a rendere presentabili bilanci che non lo sono affatto — ma, alla fine, i nodi vengono al pettine. Peraltro, i crediti inesigibili non sono una questione nuova, a Napoli: già nel 2011 fu attuata una sorta d’«operazione di pulizia» che portò all’emersione d’un disavanzo di 850 milioni.

Il problema principale è uno: l’incapacità di far quadrare i conti per finanziare le spese comunali. Da una parte, nel periodo analizzato (2009–2011) i napoletani hanno evaso circa il 50% dei tributi — che sono essenziali per il funzionamento del Comune, poiché finanziano l’88% dell’intero bilancio — e si sono visti cancellare circa il 30% delle multe. Dall’altra, abbiamo una spesa comunale fuori controllo: Napoli conta piú di 9.000 dipendenti, piú svariate migliaia nel solito buco nero delle municipalizzate. Ciò nonostante — e i rifiuti per strada che ogni tanto riempiono le cronache sono solo la punta dell’iceberg — sono frequenti e drammatiche le disfunzioni dei principali servizi pubblici, dal trasporto locale alla raccolta dell’immondizia.

Anni di gestione clientelare del potere hanno reso la macchina comunale un mezzo per portar consensi, a prescindere da ogni effettiva utilità. Sembra che neanche de Magistris, a dispetto dei propositi di trasparenza e di buona gestione, si stia discostando da questa linea: mentre il piano di rientro ha ricevuto una bocciatura senz’appello, il sindaco ha espresso l’intenzione d’assumere altri 72 dirigenti e di procedere a progressioni di carriera per centinaia di dipendenti comunali — con costi rilevanti in termini d’aumento della spesa. Quest’operazione dovrebbe prender piede in un contesto in cui la Corte dei Conti rileva che la spesa per il personaledel Comune è eccessiva non solo attenendosi al buonsenso, ma anche a norma di legge, la quale — di per sé molto permissiva — impone che questa voce non superi la metà delle uscite. Il trucco usato dalla giunta e scoperchiato dai magistrati contabili è piuttosto sfacciato: per far risultare la spesa rispettosa dei parametri, è stata esclusa dal computo l’ANM SpA (Azienda Napoletana Mobilità), i cui dipendenti, essendo l’azienda controllata al 100% dal Comune, dovrebbero rientrare a pieno titolo nel conteggio. Come se non bastasse, sono stati ignorati iproblemi delle municipalizzate, che hanno subíto, negli ultimi 5 anni, una perdita annua media di circa 30 milioni, che non viene valutata nel piano di rientro.

Come prima misura, Napoli dovrebbe intaccare il patrimonio immobiliare di cui (come quasi tutti gli altri grandi Comuni italiani) dispone, per dar fiato alle casse cittadine. Il rendiconto presentato dalla giunta, tuttavia, fa acqua anche sotto quest’aspetto. Infatti, esso prevede che dalla vendita di parte del patrimonio si possano ricavare 730 milioni, cifra che la Corte ha ritenuto dubbia ed eccessiva. Inoltre, mancando un «cronoprogramma» delle vendite e degli efficaci meccanismi di controllo e monitoraggio, risulta arduo credere all’effettiva consistenza di quest’operazione, che sembra la riproposizione a livello locale di quella «finanza creativa» cui, sfortunatamente, ci hanno abituato gli esecutivi nazionali.

Il quadro di Napoli sembra contenere gl’ingredienti classici della crisi italiana: gestioni scriteriate e clientelari, un settore pubblico pachidermico e inefficiente, maxibuchi di bilancio. E, al solito, la richiesta, da parte del sindaco al Governo, d’un apposito «salva-Napoli», che conceda stanziamenti a favore del Comune. In particolare, servono circa 260 milioni, di cui 50 entro metà maggio, e la possibilità di separare la gestione ordinaria da quella appesantita dall’indebitamento. A questo punto, cade a pennello il riferimento al salvataggio del Comune di Roma:

> Roma evita il default (per ora)

> Salva Roma, salvi tutti

> Roma: tutte le strade portano al default

Questo parallelismo mostra ancor una volta come l’intervento statale diaassuefazione e incoraggi modus operandi estremamente negativi. Salvare un Comune coi soldi degli altri contribuenti non può che incentivare i sindaci a condurre politiche irresponsabili e accomodanti nei confronti del proprio elettorato, anche a scapito delle tenuta dei conti. «Coerentemente», avrà pensato de Magistris, «se è stata salvata Roma, permettendole di rinviare l’adozione di misure drastiche ma necessarie, nulla vieta di ripetere lo stesso con Napoli». È evidente, però, l’immoralità e pericolosità di questo circolo vizioso, che può condurre (e in alcuni territori questo rischio rappresenta una drammatica realtà) a bilanci disastrati e sostenuti dall’esterno.

La questione piú grave ch’emerge da questo quadro a tinte fosche non è, come a molti piace pensare, l’alto tasso d’evasione dei napoletani. Anzi, il fatto che si siano concessi de facto un’autoriduzione ha permesso di limitare i danni e, probabilmente, l’impatto d’un carico fiscale che altrimenti si sarebbe rivelato insostenibile. Ciò che provoca indignazione è che si pretenda, considerandolo ovvio e dovuto, che i contribuenti d’altri Comuni e Regioni paghino i servizi napoletani. Questa drammatica conclusione deriva dall’aver voluto, per un malinteso senso di «giustizia sociale», scindere il beneficio ricevuto dal costo da sopportare, che s’è preferito diluire sul futuro tramite l’indebitamento o scaricare su altri soggetti.

La conclusione può esser una sola: i Comuni — cosí come tutti gli enti pubblici —devono poter fallire. Un tale cambio di mentalità non sarà facile da conseguire. Politicamente, è un’impresa titanica. Dietro alle macchine comunali si celano interessi e posti di potere, e i soggetti che ne beneficiano proveranno in tutti i modi a tutelarsi, anche elaborando fantasiose argomentazioni per giustificare il perché certi istituti vadano salvaguardati. Ma è una forma di rispetto dovuta a chi è obbligato a contribuire, con una tassazione elevatissima, al funzionamento del settore pubblico. E la possibilità di fallire rappresenta il primo, necessario passo verso la responsabilizzazione dei politici, dimodoché essi siano incentivati a gestioni meno invadenti per la vita e il portafoglio delle persone. Qualunque altra direzione che il governo intenda intraprendere non farà che aggravare il problema.

fonte:http://www.rischiocalcolato.it

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