Questa è la riforma della Pa di Renzi? Contenti voi..

Posted on giugno 18, 2014 di


Ecco i veri effetti della politica renziana nella pubblica amministrazione

Leggeteveli, stampateveli e non fatevi alcuna illusione.

Al di là dell’abilissimo marketing, questa è la realtà.

Sono 3 articoli che mostrano CHIARAMENTE come non cambierà nulla, anzi…

Voi credevate davvero che Renzi (stravotato dai pubblici dipendenti) avrebbe cambiato qualcosa?

Siete dei poveri illusi e coglioni, lasciatevelo dire.

Io, francamente, non ne posso più…

A questo punto appoggio i "fannulloni" che, almeno, non contribuiscono per nulla a questo sistema e, in modo inconsapevole, aiutano il declino

Bugie, marketing, comunicazione e cialtroneria…

Ogni mossa o riforma viene pubblicizzata e spacciata in un modo, ma contiene ben altre finalità.

Ma il mio lavoro è DEL TUTTO INUTILE.

C’è chi ritwitta senza neppure leggere, e va beh…
C’è chi ormai è cieco e sordo, totalmente, e ad ogni critica si tappa le orecchie (erano gli stessi che attaccavano e criticavano Berlusconi, ma oggi, con Renzi al governo, va tutto bene)
Questi sono i peggiori: non ammettono alcuna critica, trovano sempre una scusa, etc, etc
C’è chi comprende, ma è altrettanto stanco, come me, e si domanda:"ma chi me lo fa fare?"
C’è chi, ormai, ha "mollato"…(e hanno fatto benissimo)

Non combatterò questo Signore e le sue cialtronerie per 20 anni.

Il paese è tutto vostro.

Siate consapevoli che il risveglio dopo le illusioni, i sogni e le promesse puo’ essere drammaticamente difficile.

Mi sia consentito il livore ed il rancore: auguro ogni male a questi italioti, così come voi avete fatto "male" a me, costringendomi all’atarassia e a non fare più nulla del mio miglior minimo per questo Paese.

-:)

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Ecco i veri effetti della politica renziana nella pubblica amministrazione

Con la scusa della rottamazione e dei presunti risparmi, la “gestione Renzi” allungherà le mani della politica su una quantità enorme di posti dirigenziali. Il 30% dei dirigenti apicali potranno essere scelti con uno spoil system (oggi la percentuale non supera il 10%). Ai quali si aggiungeranno centinaia di dirigenti comunali, provinciali, ministeriali… L’intervento di Stefano Biasioli, segretario generale Confedir

Riceviamo e pubblichiamo

A distanza di 6 giorni, siamo ancora in attesa dei testi del decreto legge e della legge delega sulla P.A.

Poche cose abbiamo capito.

La prima cosa: Renzi fa fare alla “madonnina” gli atti d’immagine, come il ricongiungimento familiare dei bambini adottivi. Renzi, invece, fa fare il “lavoro sporco” alla Madia: la rottamazione dei “vecchietti della P.A.”: 80.000-150.000 persone (dirigenti e non) mandati a casa, o in pensionamento anticipato (rispetto alle regole contrattuali e pensionistiche attuali) o mediante altri 3 strumenti: la non assegnazione degli incarichi dirigenziali, la retrocessione della funzione ovvero il part-time quinquennale.

Che logica sta alla base di tutto cio? Risparmi di spesa? Ufficialmente i risparmi, ma la verità è un’altra.

La seconda cosa: una riforma “seria e strutturata “ della P.A. non può essere fatta per decreto legge, come Renzi ha deciso. Qui, invece, si rottamano in un solo colpo (1°Agosto) il 50% dei sindacalisti ( e, pochi italiani, per questo piangeranno…) ma anche e soprattutto figure dirigenziali che avrebbero avuto diritto ad altri anni di attività piena, prima del pensionamento. Per i magistrati (casta protetta) si è rinviato il tutto a fine 2015; per gli altri, la mannaia scatta subito. Effetti? Per esempio, se ne andranno a casa circa 750 primari (direttori di unità operativa complessa), con conseguenze disastrose sulla vita dei reparti ospedalieri. Perche’? Indipendentemente dalla bravura di chi è cacciato, i tempi per la loro sostituzione saranno lunghi….e un reparto senza un primario “vero” ha pesanti problemi gestionali.

Una terza cosa abbiamo capito: con la scusa della rottamazione e dei presunti risparmi, la “gestione Renzi” allungherà le mani della politica su una quantità enorme di posti dirigenziali. Il 30% dei dirigenti apicali potranno essere scelti con uno spoil system (oggi la percentuale non supera il 10%), inclusi quei primari di cui si parlava sopra. Ai quali si aggiungeranno centinaia di dirigenti comunali, provinciali, ministeriali…. Questa è la P.A. che Renzi vuole: una P.A. di “benedetti dalla politica renziana”, ossia di soggetti genuflessi, adoranti, silenziosi.

E’ questa la democrazia renziana? Quella che caccia i vecchi, che mobilizza i rompiscatole, che stravolge l’organizzazione di strutture delicate come quelle sanitarie? Ma, scusate, l’organizzazione della sanità non è di competenza regionale? Se lo è, Maroni, Zaia & Co se ne staranno zitti od impugneranno le leggi di riforma?

Noi, intanto, stiamo ad osservare. Valuteremo i testi pubblicati nella Gazzetta Ufficiale; valuteremo i comportamenti in Parlamento e poi agiremo.

Stefano Biasioli

Segretario Generale CONFEDIR

Riforma della P.A., bastano docili esecutori? (Mario Seminerio)

Della riforma epocale della pubblica amministrazione italiana, annunciata nei giorni scorsi dal premier Matteo Renzi, al momento conosciamo solo alcuni dettagli di larga massima. E’ quindi difficile esprimere giudizi che vadano oltre l’impressione epidermica, che al momento è quella del tentativo di ridurre l’autonomia della dirigenza della P.A. in modo che essa divenga in modo più fedele (anche in senso letterale, come vedremo) il braccio esecutivo e la cinghia di trasmissione della volontà politica. Il che potrebbe anche avere senso, se non fosse che siamo in un paese dove la fiaba tenta costantemente di piegare la realtà ai propri desiderata.

Le bozze del provvedimento conterrebbero, tra le altre cose, la modifica dell’articolo 90 del d.lgs 267/2000, al cui comma 2, come segnalato da Luigi Oliveri (che della materia è certamente esperto, per ragioni professionali). Al comma 2 di tale articolo si aggiungerebbe il seguente paragrafo:

«in ragione della temporaneità e del carattere fiduciario del rapporto di lavoro si prescinde nell’attribuzione degli incarichi dal possesso di specifici titoli di studio o professionali per l’accesso alle corrispondenti qualifiche ed aree di riferimento»

Se partiamo dal presupposto “operativo” che la riforma della P.A. nasce anche e soprattutto sul principio cardine che lo spoils system deve essere libero di dispiegare i propri effetti senza rilevanti attriti, né a livello di costo del lavoro né a quello del processo di selezione del personale ai livelli più elevati della gerarchia, un simile provvedimento ha perfettamente senso. Se servono fedeli esecutori della volontà politica, perché affannarsi con l’inutile orpello dei titoli di studio, che spesso risultano a loro volta disfunzionali alle attività?

Come scrive Oliveri,

«Tradotta, la disposizione significa che i sindaci potranno nominare nel proprio staff esattamente chi vogliono ed attribuirgli l’inquadramento professionale che vogliono; in ipotesi, potrebbero anche assegnare la qualifica di funzionario o – perché no? – di dirigente anche a persone prive del requisito di accesso dall’esterno per concorso, cioè la laurea»

Di certo non ci formalizzeremo troppo ricordando che l’attuale premier è incappato, da presidente di provincia, nella censura della sezione giurisdizionale della Toscana della Corte dei conti per aver assunto nel proprio staff, assegnando loro la qualifica di funzionario, alcune persone sprovviste della laurea, che invece continua ad essere richiesta dalla legge, sino a sua modifica. Né saremo così maliziosi da pensare che una simile innovazione potrebbe tornare utile al premier per ribaltare in appello la (blanda) condanna per danno erariale infittagli dalla Corte dei conti nel 2011.

Per certi aspetti, questa innovazione nel rapporto di lavoro per alcune figure della P.A. appare come l’agognato superamento del valore legale del titolo di studio. Anzi, si va oltre: è proprio il superamento del titolo di studio, mi voglio rovinare, venghino! In fondo, queste sono le cose che accadono quando un paese vive immerso nella patologia, il superamento della quale produce altra patologia. E del resto noi italiani abbiamo una speciale vocazione per gettar via il bambino assieme all’acqua sporca. Ma è importante, ribadiamolo, comprendere che tutta la riforma renziana della P.A. è centrata su uno ed un solo principio: l’assoggettamento pieno ed incondizionato della burocrazia pubblica alla volontà politica. Per motivi di efficacia ed efficienza, si dirà. E chiunque obietti in materia verrà automaticamente incluso nei ranghi dei disfattisti o peggio, dei conservatori. Se poi nel pacchetto di misure si infila anche il dimezzamento dei permessi sindacali nella P.A., sarà molto difficile sfuggire al consenso a buon mercato, ed ogni analisi sarà destinata ad essere coperta da fischietti e sciarpe.

Che poi, questa pare sinora essere la vera cifra del riformismo renziano: assumere iniziative “anti-rendite” dall’elevato valore simbolico per conquistare il consenso di un’opinione pubblica che non ha tempo né spesso la capacità di grattare sotto la superficie dei provvedimenti, per scoprirne le spesso non lievi disfunzionalità. Noi per il momento su questa riforma sospendiamo il giudizio, come è intellettualmente onesto fare quando non si ha il quadro completo di un provvedimento. L’unica cosa che ci sentiremmo di affermare, a livello certamente epidermico, è che pensare di poter fare radicalmente a meno di una tecnostruttura professionale, sostituendola con soggetti dotati solo del titolo fiduciario del politico pro tempore in carica, si rivelerà una forma particolarmente virulenta di populismo, e come tale sarà punita duramente dalla realtà.

Renzi, la burocrazia statale e il cinismo

Renzi, la burocrazia statale e il cinismo

Le decisioni sono pendolari, a seconda delle convenienze: la sinistra che nel 1997 riorganizzò tutti gli apparati pubblici e privatizzò i rapporti di pubblico impiego, ivi compresi quelli dei manager che cominciarono a venir pagati a stipendi di mercato, dovette bloccare il turn-over per fare economia. Poche assunzioni per i giovani, da allora, con una Amministrazione oggi fin troppo invecchiata. Ora si proclama la necessità opposta..

Disposizioni urgenti per il ricambio generazionale e delega al Governo per la riorganizzazione delle Pubbliche amministrazioni. Il premier Matteo Renzi continua nella sua opera di rottamazione: nel suo mirino non ci sono solo i vecchi dirigenti del suo partito ma anche le riforme adottate dallo stesso Pd a partire dal 1977, con i governi Prodi e D’Alema. Del resto, il pentimento sulla riforma del Titolo V della Costituzione, approvata dal centrosinistra con un solo voto di maggioranza nel 2001, era già noto.

Girano testi, ancora non ufficiali, che si aggiungono al comunicato stampa diramato al termine della riunione. Il decreto legge va subito ad incidere sui privilegi della casta: eliminazione del trattenimento in servizio oltre l’età della pensione, abolizione della facoltà per i magistrati di assumere incarichi dirigenziali nella Pa prendendo l’aspettativa anzichè dimettendosi; divieto di assegnare incarichi dirigenziali a chi è già in quiescenza, riforma degli onorari per l’Avvocatura dello Stato e degli altri enti pubblici.

Nella disegno di legge delega si prevede il completo riassetto delle amministrazioni sul territorio, ribaltando l’impostazione dell’allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini che aveva riorganizzato la presenza statale sulla base di Uffici Territoriali di Governo dislocati presso le Prefetture, a livello provinciale. Stavolta il baricentro è regionale, e le Prefetture saranno praticamente tutte abolite, lasciandole solo nei capoluoghi di Regione, con la eccezione di quelle località a forte presenza criminale che richiedono una diretta presenza dello Stato. D’altra parte, i Consigli provinciali non esistono già più. Ci sono poi le disposizioni sulla dirigenza e sul pesonale ed un intero Capo dedicato alla semplificazione: redazione dei testi unici, controlli amministrativi semplificati, estensione del silenzio assenso per le amministrazioni statali. Infine, c’è l’Agenda della semplificazione amministrativa e moduli standard.

Bisogna intendersi sul significato profondo della volontà riformatrice del Pd. Ogni volta, in un modo o nell’altro, interviene radicalmente sull’intera macchina amministrativa pubblica, con la scusa di renderla più efficiente. Il filo rosso è sempre lo stesso: con la riorganizzazione si possono legittimamente nominare tutti i nuovi dirigenti. Il metodo è consolidato: quando un Ministro entra in carica, si ritrova con i Presidenti ed i consiglieri di amministrazione degli enti o degli istituti pubblici sottoposti alla vigilanza del suo dicastero già nominati dal predecessore. Se non ha voglia di aspettare la scadenza statutaria per nominare quelli a lui più congeniali, agisce per decreto, stabilendo che l’ente viene disciolto e contestualmente ricostituito: con nome, finalità ed organizzazione solo apparentemente diverse. Ciò però consente al Ministro di buttare a mare la vecchia struttura e farsene una nuova di zecca, a sua immagine e somiglianza. Anche stavolta, non ci si va leggeri: tutte le Scuole delle pubbliche amministrazioni sono unificate. D’altra parte, nessuno oggi oserebbe affermare che non c’è necessità di eliminare duplicazioni e ridurre sprechi. Si azzera tutto e si fa en plein.

Si tratta di un vizio che viene da lontano, quello di rottamare intere classi dirigenti per ragioni politiche: basta ricordare i governi guidati da Mariano Rumor, leader dei dorotei, che con la legge 335/1970 premiarono con uno scivolo pensionistico i dipendenti pubblici ex-combattenti, ricordandosene ben 25 anni dopo la fine della guerra, e poi con il dPR 1092/1973 consentirono di andare in quiescenza con appena 19 anni, 6 mesi ed 1 giorno di servizio.

Il partito socialista reclamava spazi, ed i vecchi dirigenti pubblici dovevano andarsene a casa, anche se con un grazioso cadeau. Anche la riorganizzazione dell’Esercito, nella seconda metà degli anni 70, con lo scioglimento dei Reggimenti trasformati in battaglioni privi di autonomia operativa, fu giustificata da ragioni economiche. In realtà, tolse di mezzo intere generazioni di ufficiali superiori, i colonnelli, assai invisi a sinistra. Il nuovo baricentro furono le nuove Brigate, rette da generali nominati dal Consiglio dei ministri. Fu una ridislocazione del potere.

Le decisioni sono pendolari, a seconda delle convenienze: la sinistra che nel 1997 riorganizzò tutti gli apparati pubblici e privatizzò i rapporti di pubblico impiego, ivi compresi quelli dei manager che cominciarono a venir pagati a stipendi di mercato, dovette bloccare il turn-over per fare economia. Poche assunzioni per i giovani, da allora, con una Amministrazione oggi fin troppo invecchiata. Ora si proclama la necessità opposta: per risparmiare si mettono i tetti agli stipendi dei manager pubblici e si mandano via i dipendenti anziani. Largo ai giovani, sì, ma nel frattempo, con la scusa della riorganizzazione generale, si rifanno tutte le nomine.

C’è sempre del cinismo nella politica. Spesso dell’arroganza. Basta esserne consapevoli.

Posted in: #NuovaResistenza