Il calcio italiano è lo specchio del paese (e della nostra economia..)

Posted on giugno 25, 2014 di


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Non voglio dilungarmi sulle cause della disfatta calcistica della Nazionale, ampiamente prevista dal sottoscritto.

Enumererò brevemente i principali motivi:

1) convocazioni sbagliate (Totti, Toni, Rossi, Florenzi, Gilardino potevano/dovevano essere convocati)

2) condizione fisica e preparazione atletica approssimativa, nonchè un mollezza da mammolette e fighetti.

3) nessuna identità tattica e gravissimi errori di Prandelli (non ho mai capito, se non per ragioni “politiche”, come possano perfino avergli proposto il rinnovo del contratto)

4) mancanza di un gruppo coeso (vedasi polemiche “vecchi-giovani”)

5) supponenza dopo la sopravvalutata vittoria con gli inglesi

6) aver puntato tutto, in attacco, su Balotelli, totalmente inaffidabile

Vi rinvio poi a questo bell’articolo di Scanzi

Ma il problema fondamentale del calcio italiano è la sua mediocrità, a tutti i livelli.

Il calcio nel nostro paese è sempre stato lo specchio del paese.

Non a caso, spesso, i nostri politici hanno avuto grande influenza sul calcio e ne hanno tratto benefici.

Il nostro movimento è sempre stato in mano ai singoli imprenditori italiani.

Fino a quando l’economia tirava (anni ’80) in Italia avevamo i migliori: Maradona, Careca, Platini, Rummenigge, Matthaus, Gullit, Van Basten, etc, etc ma anche le squadre minori avevano i loro “fenomeni” (Zico, Junior Socrates, etc, etc)

In quegli anni vincevamo sempre la Coppa Uefa (titolo che dava la reale dimensione della forza delle nostre squadre)

La cosa continuò anche negli anni ’90 e nei primi anni 2000.

Arrivarono Ronaldo, Weah, Zidane, Nedved, Stankovic, Batistuta, Thuram, Deschamps, Carlos, Cafu, Silva, Crespo, Kaka, Seedorf, Davids, Trezeguet, Ibrahimovic, Eto’o, Milito, etc, etc

Avevamo un’ottima scuola, capace di sfornare nidiate di campioni incredibili (Maldini, Baresi, Bergomi, Cabrini, Gentile, Scirea, Zoff, Totti, Cannavaro, Vieri, Buffon, Zenga, Vialli,Nesta, Del Piero, Baggio, Donadoni, Conti, Tardelli, Antonioni etc, etc)

La nostra Under 21 stravinceva.

Avevamo i tecnici più preparati (Sacchi, Trapattoni, Lippi, Ancelotti, Capello) o prendevamo i migliori (Mourinho)

Gli stadi erano sempre pieni.

Con la crisi economica del 2008, è finito tutto.

Milan e Inter hanno fatto gli ultimi colpi a livello internazionale, ma il calcio italiano è entrato definitivamente  in una crisi che pare irreversibile.

Il Mondiale del 2006 è stato “l’ultimo canto del cigno” di una scuola calcistica di tutto rilievo, vinto, peraltro, in un clima particolare (calciopoli), tipo mondiale 1982.

Non a caso, i migliori, sono ancora i reduci del 2006 (Pirlo, De Rossi)

Guardate le formazioni con cui abbiamo vinto gli ultimi mondiali.

Ma guardate anche queste..

Ora: pensate a quella di Prandelli..

Ricordate: la palla non è così “rotonda” come dicono e ci sono logiche tecnico-tattiche, politiche, economiche.

La palla è “molto più quadrata” di quanto si creda.

L’attuale Nazionale di calcio non ha nulla per vincere: tecnicamente e tatticamente mediocre, senza soldi e senza alcun peso politico..

Lo stesso vale per i nostri club.

Basti pensare alla ritirata di Moratti e di Berlusconi: uno ha mollato dopo il Triplete, l’altro non investe più…

La squadra che ha vinto gli ultimi 3 campionati (la Juve) è una squadra che, a livello europeo, è ancora molto lontana dalle migliori…

A differenza degli altri paesi (vedasi Inghilterra e Francia) il nostro calcio, da sempre in mano ai nostri imprenditori spesso legati alla politica, provinciale, non si è aperto ai capitali stranieri (russi e arabi in primis).

Senza soldi e campioni, ci si doveva attendere qualche idea alternativa, un progetto.

Invece, nulla.

Le Istituzioni sono rimaste in mano alle solite consorterie, non si è investito negli “stadi” di proprietà(eccetto la Juve), non si è valorizzato il “prodotto calcio”.

Oggi siamo superati da tutti: Inghilterra, Spagna, Germania e, tra poco, anche dalla Francia.

La serie A pare la Ligue francese di 2-3 anni fa.

Una pena infinita.

E tralascio la gestione degli arbitri nel nostro paese (poi quando andiamo all’estero “ci stupiamo”…)

Le squadre, in assenza di denaro, non hanno saputo progettare nulla (vedasi un progetto in stile Atletico Madrid)

La violenza è tornata ad impadronirsi dei nostri stadi sempre più vuoti.

Anche oggi, guardate come è finita la vicenda per i diritti tv, con i soliti conflitti di interessi mafiosi all’italiana.

Queste sono cose che dico da anni.

Per questo, tra lo stupore iniziale, non sbaglio i miei pronostici…

-:)

Il calcio non è solo una cosa fatta da 11 uomini che in mutande rincorrono un pallone.

E dunque, il nostro calcio rispecchia molto bene l’andamento del nostro paese e la nostra economia.

Prandelli è come Renzi (non a caso sono amici, anche se ora Renzi farà finta di non conoscerlo…): parole, proclami, ma sostanza pari a zero.

Un calcio ed un paese in pieno declino che, al di là degli spot, non riescono a cambiare verso proprio per nulla.

Passeremo da Prandelli ad Allegri, così come siamo passati da Berlusconi a Monti e, poi, a Renzi, ma non cambia un bel niente.

Fatevene una ragione!

E lo dico anche ai miei amici “pallonari”.

I soldi sono essenziali non solo perchè ci prendi i campioncini da schierare che ti fanno vincere le partite, ma perchè i top players fanno crescere anche il movimento del nostro “parco calciatori”.

Stesso discorso per gli allenatori.

Invece, ormai, come nell’economia esportiamo capitali ed imprese, così, nel calcio, perdiamo i migliori e non riusciamo più a portare qui i “fenomeni”.

Del resto, pensateci: eccetto il Notthingam Forrest (partiva dalla serie b) del mitico Brian Clough, mai nessuna squadra, senza soldi, è riuscita a trionfare e a vincere ai massimi livelli.

Guardate la Germania: i club erano in crisi (10 anni senza vittorie in Cl) e l’economia non andava molto bene.

Ora l’economia tedesca “tira” (anche a scapito di quelle dei Piigs) ed i clubs trionfano, spendono, acquistano i campioni.

La stessa nazionale, in crisi profonda, ha beneficiato della crescita economica dei club (derivante da quella del paese) e di un progetto specifico avviato anni fa.

Fu una crisi iniziata già dopo il mondiale vinto nel 1990, ma che esplose dopo l’europeo vinto nel 1996.

Nel 1998 uscì sconfitta dalla Croazia e negli europei del 2000 non vinse neppure una partita (sconfitta dalle riserve del Portogallo già qualificato per 3 a 0).

Ci fu la finale nel 2002, è vero, ma in un mondiale particolare…(tre 1-0 dagli ottavi alla finale, con qualche episodio assai dubbio…)

Infatti, nell’europeo del 2004 non vinse alcuna partita (neppure con la Lettonia)

E anche i mondiali del 2006, come padrone di casa, non furono esaltanti.

In assenza di grandi capitali, il modello non puo’ che essere l’Atletico di Madrid a livello di club o squadre tipo il Messico a livello di Nazionale.

Prima ci scordiamo chi siamo stati e prima potremo pensare a costruire una minima possibilità di gioco e di vittoria, in attesa che l’economia dia qualche segnale di ripresa.

E se non credete al rapporto diretto tra economia e calcio, date un’occhiata qui e non fatevi più inutili illusioni…

Il Calcio europeo resiste alla crisi economica, ma si scopre sempre meno centrale nel panorama internazionale. Il fatturato complessivo dei cinque principali campionati è cresciuto del 5% nel 2012/13, attestandosi a 9,8 miliardi di euro: poco meno della metà dei ricavi dell’intero movimento del Vecchio Continente pari a 19,9 miliardi, in crescita del 2%, a dispetto della recessione che ha azzoppato i sistemi industriali di molti paesi dell’area. Nonostante queste cifre, il Mondiale brasiliano però sembra segnare la fine di un’epoca sportiva caratterizzata dal predominio dell’Europa (inframmezzato solo dai successi sudamericani di Argentina e Brasile).

ENTRATE 2012-13 DEI PRINCIPALI CAMPIONATI EUROPEI ( MLN DI EURO)

 hh

L’eliminazione delle potenze “coloniali” Inghilterra, Spagna e Portogallo, come quella dell’Italia, e l’ascesa di realtà come Cile, Costa Rica, Stati Uniti, Messico, Costa d’Avorio e Nigeria, in attesa di quella dei team del Golfo, testimoniano un mutamento strutturale degli equilibri del calcio globale nel quale, se non saranno fatti investimenti mirati e scelte chiare sulla “cittadinanza” di società finanziarie e fondi, così come sulla gestione dei vivai nazionali sempre più impoveriti dalla circolazione di giovani talenti stranieri, ancora per poco lo scettro economico resterà in mani europee. Il costo per acquisire i cartellini dei giocatori extra-europei infatti è sempre più alto è questo sta minando pericolosamente la salute dei bilanci dei club del Vecchio Continente.

La vivacità delle principali Leghe europee come si evince dai dati pubblicati dalla Annual Review of Football Finance 2014 di Deloitte dipende, peraltro, da un numero sempre più ristretto di super-squadre e dalla cessione dei diritti televisivi che frutta il 46% dei ricavi complessivi delle principali cinque leghe europee con 4,5 miliardi.

La Premier League comunque resta per distacco leader mondiale in termini di ricavi, con un fatturato di circa 2,9 miliardi di euro, in aumento del 7% nel 2012/13. Oltre il 60% di questa crescita è da attribuire a Liverpool, Manchester City e Manchester United. La svalutazione della sterlina ha però fatto sì che il divario dalla rivale più vicina, la Bundesliga, si sia ridotto a soli 928 milioni di euro. Per la prima volta, il giro d’affari del torneo tedesco ha superato i due miliardi di euro (+8%). Solo Bundesliga e Premier League hanno generato un utile operativo nel 2012/13. I tedeschi hanno aumentato i profitti operativi di 74 milioni (+39%) attestandosi a 264 milioni.

Il gap tra Bundesliga e Liga spagnola è salito di 159 milioni, nonostante i ricavi cumulativi di quest’ultima siano aumentati a 1,86 miliardi. La crescita iberica di 77 milioni è dovuta ai nuovi accordi per la cessione dei diritti tv e alle prestazioni delle squadre spagnole in Champions. In aumento anche i ricavi della Serie A nel 2012/13: i ricavi aggregati arrivano a 1,68 miliardi (+6%) e anche per le società italiane continuano ad essere di importanza capitale i ricavi dovuti alla cessione dei diritti televisivi, che rappresentano il 59% del totale dei ricavi.

Una percentuale da record nei cinque principali campionati europei. La Ligue 1 ha invece mostrato il più rapido tasso di crescita, ampliando i propri ricavi del 14% e raggiungendo quota 1,3 miliardi. A guidare i club francesi è il Paris Saint-Germain, il cui reddito è cresciuto di 178 milioni di euro, mentre i restanti 19 club della Ligue 1 hanno subito un calo di 17 milioni.

I rapporti tra monte stipendi e fatturati sono migliorati nel 2012/13 per tre dei cinque principali campionati europei. La Bundesliga si conferma il campionato col maggiore controllo dei costi, con un rapporto stipendi-fatturati stabile al 51 per cento. In Serie A si registra un aumento del costo degli stipendi dell’1%, portando il rapporto tra salari e fatturato dal 74% al 71.

Situazione simile in Francia, dove gli stipendi della Ligue 1 salgono del 2% ma, grazie ai maggiori ricavi, il rapporto stipendi-fatturato scende dal 74% al 66. In calo gli stipendi della Liga, anche se solo dell’1%: un risultato che permette al massimo campionato spagnolo di avere un rapporto tra stipendi e ricavi del 56%, dato più basso dal 2000. In controtendenza, invece, la Premier League, che vede aumentare i costi salariali dell’8%, con un rapporto salari-fatturati che si attesta al 71%, il più alto livello di sempre nella storia del calcio inglese.

Russia (896 milioni), Turchia (551) e Olanda (452) infine generano i maggiori ricavi al di fuori delle prime cinque leghe europee. La Football League Championship si conferma la migliore seconda divisione europea, nonostante un calo dei ricavi nel 2012/13 a 508 milioni di euro. Al di fuori dell’Europa, il leader è la Serie A brasiliana, con 850 milioni di ricavi.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/

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