Fincantieri, la privatizzazione è un flop. E la pagano i piccoli risparmiatori!!

Posted on luglio 2, 2014 di


Immagine-5516.jpg

Come spiega Mauro Del CornoCominciano con un passo falso le privatizzazioni “made in Renzi”. La prima fase del collocamento in Borsa di Fincantieri si è risolta in un mezzo flop, con i piccoli risparmiatori chiamati a farsi carico delle azioni non piazzate presso gli investitori istituzionali (banche, fondi comuni eccetera) che evidentemente non le hanno giudicate abbastanza convenienti

L’incasso per lo Stato dallo sbarco in Borsa del gruppo della cantieristica scende a 350 milioni dai 600 previsti. E 310 arrivano dal "parco buoi", attirato con l’offerta di un’azione gratuita ogni 20 tenute in portafoglio per almeno un anno. Ma l’investimento è più rischioso di quanto può sembrare: nel prospetto spuntano 700 milioni di debiti conteggiati come "anticipi di pagamenti" e una serie di fattori di incertezza che potrebbero incidere sui risultati dell’azienda

E poi, pezzo da leggere di Meletti e Seminero.
Ieri in auto sentivo anche le spiegazioni di Barisoni.
Sempre in culo ai piccoli investitori, eh?
E voi continuate a farvi fottere dalle banchette sotto casa che vi propongono di investire…

images?q=tbn:ANd9GcSv4aC_kT-e2uxud_HRLUyINCUb4i3T-PPgP2_EekOvw8YoKUpksQ

Oggi, sul Fatto, un efficace pezzo di Giorgio Meletti sulle criticità del collocamento azionario di Fincantieri. Ovvero, quando i risparmiatori servono alla causa delle magnifiche sorti e progressive della Grande Era delle Privatizzazioni all’italiana.

La vicenda è nota: nella offerta pubblica di sottoscrizione e vendita di azioni Fincantieri, per mano del suo azionista unico Cassa Depositi e Prestiti, era prevista la cessione di 104 milioni di azioni da parte di CDP, e l’emissione di 600 milioni di nuove azioni, per sostenere i piani di sviluppo della società. Di tale stock di offerta massima, 141 milioni di azioni erano destinati al pubblico retail (i piccoli risparmiatori), ed i restanti 563 milioni di azioni agli investitori istituzionali. Che accade, alla fine del periodo di collocamento? Che si scopre che gli investitori istituzionali esteri hanno prenotato solo una dozzina di milioni di azioni, mentre gli istituzionali italiani una trentina di milioni circa. Su un totale di 563 milioni di azioni destinabili agli istituzionali. E quindi? Scrive Meletti:

Che cosa fa a questo punto il numero uno di Fincantieri Giuseppe Bono? Non si perde d’animo e corre ai ripari. Cancella l’offerta di azioni della Cassa Depositi e Prestiti in vendita, e riduce anche l’aumento di capitale, cosicché il collocamento si riduce da 704 a 450 milioni di azioni. Poi fissa il prezzo al minimo della forchetta, 0,78 euro. Ma il colpo del maestro si chiama claw-back. È la clausola che consente, in qualsiasi momento, di spostare i pesi del collocamento tra istituzionali e retail. I fondi internazionali hanno buone ragioni per tenersi alla larga dalle azioni Fincantieri? Benissimo, senza indagare oltre le hanno mollate ai risparmiatori italiani. Così agli istituzionali vanno 49 milioni di azioni (gliene avevano proposte 563 milioni), e ai poveri piccoli investitori privati che ancora si fidano della loro banca arrivano 401 milioni di azioni (313 milioni di euro sull’unghia) anziché i 141 milioni proposti. Ci si potrebbe chiedere: ma se i risparmiatori i 400 milioni di azioni le hanno chieste, che male c’è? C’è che nessuno li ha avvertiti che i fondi internazionali su quelle azioni ci stavano sputando sopra. Chiunque frequenti le filiali delle banche conosce il ritornello che i funzionari sono addestrati a ripetere in cambio di un premio per ogni azione piazzata: “Guardi, è un’affarone, le Fincantieri andranno a ruba, la domanda sarà il triplo dell’offerta, quindi lei chieda tre lotti minimi da quattromila azioni, così quando si andrà al riparto avrà il suo pacchetto pari pari”

Questo è un problema vero perché le cose tendono ad avvenire in questi termini, in effetti. Dell’esito non eclatante di questo collocamento abbiamo letto e sentito molte interpretazioni. Ci è pure capitato di ascoltare un esponente del governo Renzi, abitualmente in stato confusionale, buttarla in patriottismo e dire che “i piccoli risparmiatori hanno molto apprezzato questa operazione perché tendono a considerare la società un patrimonio della collettività nazionale”. E’ bello avere spiegazioni prêt à porter di questo tipo, e senza neppure necessità di soffiare in un etilometro. Abbiamo anche letto la tesi dell’”ingorgo”, cioè di troppe operazioni sul capitale azionario, tra aumenti di capitale e IPO, ma questa chiave di lettura è piuttosto ridicola, per evidenti motivi ed altrettanto evidenti esiti diversificati delle operazioni sinora avvenute.

Meletti segnala anche un’altra chiave di lettura, ancor più divertente:

L’austero Sole 24 Ore, ha dato fiato a una considerazione indecente, suggerita dai trombettieri della grande operazione: “Chi ha seguito il dossier non addebita l’esito non brillante alla mancata distribuzione di dividendi per tre anni, quanto piuttosto alla difficoltà di far digerire l’operazione in breve tempo a investitori poco avvezzi al complesso business di Fincantieri”. Avete capito bene: i “poco avvezzi” sono i grandi fondi internazionali. I risparmiatori italiani invece hanno capito al volo il “complesso business”. Totò direbbe: “Ma mi faccia il piacere…”

In effetti, questa chiave di lettura attribuisce ai piccoli risparmiatori una competenza nella valutazione delle potenzialità del titolo quotando che gli istituzionali non hanno. E quindi gli investitori internazionali non saprebbero valutare le società di cantieristica, a differenza del retail. Siamo decisamente su un altro pianeta. Non meravigliamoci più di nulla, signori, risparmiamo energie. Limitiamoci a dire che l’immagine riprodotta qui sotto, scattata a Piazza Affari, rischia di essere più eloquente di mille parole.

fonte: http://phastidio.net/

Posted in: #NuovaResistenza