Renzi come Letta e Monti: il debito continua a battere record e la spending review è un flop

Posted on luglio 21, 2014 di


Tre post da leggere…

Cose che sul blog diciamo da mesi..

Renzi come Letta e Monti, il debito continua a battere record

Il debito pubblico raggiunge un nuovo record toccando quota 2.166,3 miliardi di euro. Il Governo Renzi, come il Governo Letta e il GovernoMonti prima di lui, non è riuscito a mantenere fede alla sue promesse e alle indicazioni provenienti, anche di recente, dall’Unione Europea sul taglio del debito pubblico. Come si può vedere nel grafico seguente, dal 2012, primo anno del Governo Monti la cui missione era proprio quella del riordino dei conti, il debito pubblico è cresciuto esponenzialmente sotto ogni governo che si è succeduto, Governo Renzi compreso.

Livello debito pubblico

Secondo il supplemento del bollettino di Banca d’Italia il debito pubblico italiano è aumentando complessivamente di 96 mld, con una crescita del 4,7%, e di 20 mld rispetto solo al mese precedente, come si può notare nella tabella sottostante.

Accumulo mensile del debito pubblico

Di fronte a questo desolante panorama, abbiamo chiesto a Maurizio Mazziero del MazzieroResearch, di commentare gli ultimi dati pubblicati. Secondo l’analista finanziario c’è un grande scollamento tra le notizie che leggiamo nel nostro Paese, le indicazioni recepite dal Governo, e la realtà di questi dati, “Penso che l’aria che si respira a Bruxelles giunga a noi notevolmente filtrata, è sufficiente leggere i continui e instancabili richiami della Commissione Europea sul livello del debito del nostro Paese per comprendere come, dietro ai sorrisi di circostanza, l’Italia si stia giocando pesantemente la propria credibilità. Sinora le politiche economiche sono state scarsamente incisive per il semplice motivo che agiscono sulla tassazione e non diminuiscono la spesa. Il Documento di Economia e Finanza si basa inoltre su presupposti troppo ottimistici; non basterà la modifica del metodo del calcolo del Pil per contenere il rapporto con il debito.” Le parole del dott. Mazziero trovano conferma nella tabella sottostante, dove si nota come il saldo negativo tra entrate ed uscite dopo solo cinque mesi del 2014 ha già superato la metà del totale dell’anno passato.

Saldo negativo debito pubblico

Cresce la spesa pubblica, dov’è finita la spending review?

Nel documento della Banca d’Italia emerge chiaramente come l’aumento del debito sia additabile ad una serie di varianti. Se il grosso dell’aumento del debito è dovuto all’aumento delle disponibilità liquide del tesoro che sono incrementate a 14,9 mdl, è necessario segnalare l’aumento del fabbisogno delle amministrazioni pubbliche di 5,5 miliardi; paradossalmente un miglioramento se paragonato agli 11 miliardi di aprile e gli addirittura 17,6 di marzo.

Entrando nel particolare l’incremento maggiore di spesa pubblica è dovuto all’andamento dei conti delle amministrazioni centrali che si attesta a 20,9 miliardi. Si riduce, invece, il debito delle Regioni e delle Province Autonome che è passato da 37,9 a 36,6 miliardi, mentre è rimasto stabile quello delle province, che dovevano essere cancellate, a 8,4 miliardi ed è aumentato da 47,6 a 48 miliardi il debito dei Comuni.

Questi risultati non possono che interrogarci sull’austerità e sui tagli, di cui si è parlato molto ma sembra manchi una vera volontà di diminuire la spesa pubblica. Il caso della spending review di Cottarelli è emblematico, dai titoloni iniziali è stato relegato in un angolo e adesso è sparito dall’agenda di governo. Maurizio Mazziero sul tema sottolinea che, “La spending review non è più di moda e l’austerità è un vocabolo usato come un’arma contro la politica di rigore che vorrebbe la Germania; peccato che l’austerità di oggi sarebbe la soluzione ai debiti di ieri, e la non austerità di oggi corrisponde ai debiti che lasceremo domani ai nostri figli. La Spending review, se ben fatta, vuol dire incidere sulla carne viva di un sistema politico che si è retto sinora sul consenso; per questo non piace ai politici. Ma diciamocela tutta: la spending review non piace nemmeno a larghi strati della popolazione che vivono con uno stipendio pubblico in famiglia.”

Cresce il debito, crescono le tasse

Questo aumento del debito pubblico si traduce in un aumento del carico fiscale sui cittadini. Come evidenziato in una nota dell’Adusbef, Associazione difesa utenti servizi bancari e finanziari, il governo Renzi, termina il quarto mese di governo con un aumento del debito di 59,143 mld, al ritmo di 14,785 mld al mese. Per i cittadini il tutto si traduce in un maggior carico di 871 euro di “tassa occulta” che portano il peso sulle spalle di ogni italiano a 36.225 euro a fine maggio.
Le conclusioni di Mazziero non sono ottimistiche, a seguito del flop dellamessa in vendita del patrimonio immobiliare dello Stato e delle nuove tasse inserite dal governo Renzi, le formule per abbattere realmente il debito rimangono poche, “Gli inglesi direbbero “too little, too late” troppo poco e troppo tardi; infatti, sinora i tentativi di recupero di fondi hanno sortito scarsi risultati e il debito in costante aumento ne costituisce una conferma. Se non si vuole sfidare in eterno la benevolenza dei mercati, che sono chiamati continuamente a finanziare il debito a tassi che non riflettono il rischio, occorrerebbe un abbattimento del debito di una cifra tra i 400 e i 600 miliardi. Non vi sono ricette magiche per recuperare somme di questo tipo, ma solo tre possibilità:

  1. Ristrutturazione titoli di stato (default sui Btp), ma ciò provocherebbe il fallimento delle banche; quindi tale ipotesi è esclusa a meno di poter varare una norma (incostituzionale) che valga solo per i cittadini privati.
  2. Inflazione galoppante (oltre il 10%), ma questa via è bloccata dalla UE e dalla BCE. Unico modo per attuarla sarebbe un’uscita temporanea dall’euro con svalutazione del 40-50% e successivo rientro.
  3. Patrimoniale sui conti e sugli immobili privati, attuata in tutte le sfumature: prestito forzoso, ipoteca sugli immobili e ogni altra diavoleria che la fantasia dei politici sarà in grado di inventare.

Inutile dire che tutte e tre le soluzioni hanno un denominatore comune: far diventare più povera la popolazione.”

fonte:http://www.capiredavverolacrisi.com/

Spending review è un flop: spesa salita 25 miliardi

Malgrado aumento entrate, i tagli di Monti, Letta e Renzi sono risultati un enorme bluff. Nessuna riduzione tangibile al bilancio.

ROMA (WSI) – Pochi tagli alla spesa pubblica, al contrario la spesa dello Stato e’ aumentata di 25 miliardi nei primi 5 mesi del 2014. Lo sostieneUnimpresa, che ha reso noti i principali risultati di un’analisi condotta dal proprio centro studi. Secondo Unimpresa le uscite dello Stato sono in costante aumento: tra il 2012 e il 2013 sono cresciute di 38 miliardi.

Secondo l’associazione, che definisce "un bluff" la spending review del governo, "non c’e’ stato nessun taglio tangibile al bilancio statale. Anzi, la macchina pubblica costa sempre di piu’. La spesa dello Stato nei primi 5 mesi del 2014, e’ aumentata di quasi 25 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente con una crescita in termini percentuali pari al 13,63%.

Nello stesso arco temporale, le entrate dello Stato sono cresciute di 248 milioni in salita dello 0,16%. Un trend in atto da tempo: tra il 2012 e il 2013 le uscite dello Stato sono aumentate di 38,5 miliardi (+7,56%) nonostante le entrate siano salite di 11,8 miliardi (+2,61%)".

Secondo l’ufficio studi di Unimpresa, tra gennaio e maggio di quest’anno, i pagamenti dello Stato – vale a dire spese correnti e spese in conto capitale, voci in cui non sono ricomprese le uscite degli enti territoriali (comuni, province, regioni) ne’ quelle per interessi sul servizio del debito – "hanno toccato quota 206,7 miliardi di euro; nei primi 5 mesi del 2013 l’asticella si era fermata a 181,9 miliardi. Di qui l’aumento di 24,7 miliardi di euro (+13,63%).

Quanto al gettito, il bilancio statale ha registrato, nel 2014 (gennaio-maggio), entrate complessive per 157,8 miliardi; tra gennaio e maggio del 2013 gli incassi di bilancio erano stati pari a 157,6 miliardi: l’incremento e’ dunque di 248 milioni (+0,16%)"

"Tra il 2012 e il 2013 era stata gia’ registrata una analoga situazione – sottolinea ancora Unimpresa – l’anno scorso le uscite complessive dalle casse dello Stato sono state pari a 548,6 miliardi di euro, ben 38,5 miliardi in piu’ (+7,56%) rispetto ai 510,09 miliardi totali del 2012.

Nel 2013 le entrate tributarie sono state pari a 464,8 miliardi, in salita di 11,8 miliardi (+2,64%) rispetto ai 452,9 miliardi dell’anno precedente". L’aumento delle uscite, continua lo studio dell’associazione, "ha inevitabilmente allargato il "buco" nei conti passato dai 1.944,2 miliardi di gennaio 2012 ai 2.166,3 miliardi di maggio scorso.

Nei primi cinque mesi dello scorso anno la variazione registrata e’ stata di 53 miliardi, pari a oltre 10 miliardi al mese; tendenza salita a quasi 15 miliardi al mese nel 2014: nei primi dieci mesi di quest’anno la variazione e’ stata di 74,4 miliardi. Secondo il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi i "Dati confermano il fallimento della politica del rigore: per salvare le micro, piccole e medie imprese deve essere abbattuta la pressione fiscale con interventi seri e rigorosi".

"Per l’Italia l’unica via di salvezza è rinegoziare il debito"

E’ il consiglio di Ashoka Mody, docente di economia a Princeton, al presidente del Consiglio Matteo Renzi.
NEW YORK (WSI) – Messaggio urgente per Matteo Renzi: inutile inseguire la flessibilità, «è solo una parola che ogni Paese intende a modo suo, non sarà lei a salvare l’Italia, e neppure i cosiddetti investimenti produttivi».

E allora, professor Ashoka Mody?
«Allora ci vuole un approccio molto più radicale: una limitata, e ben regolata, ristrutturazione del debito dell’Italia nei confronti dei suoi creditori privati. Questo concetto ha per alcuni un suono di tragedia, magari greca, ma non è così».

Ashoka Mody, economista indiano dell’Università di Princeton, e ricercatore dell’Istituto Bruegel di Bruxelles, butta il classico sasso nello stagno, anzi nella palude: una parola come «ristrutturazione» o «rinegoziazione del debito» è quasi un tabù, a Roma come (un tempo) ad Atene. Ma il professore è convinto che Renzi debba muoversi in fretta.

Perché?
«Intanto perché è impossibile, nello schema attuale dell’Eurozona, cambiare la regola sul contenimento del deficit al 3% del Prodotto interno lordo. Anzi, le 28 diverse regole di altrettante nazioni. Se vuoi uno schema in cui ci sia della flessibilità, allora qualcuno deve allenarsi a cedere qualcosa. Ma chi deciderà?».

Torniamo dunque alla ristrutturazione del debito pubblico italiano…
«Sì. Come dicevo dev’essere limitata, calibrata. Ed è da lì che giungerà una qualche flessibilità per Renzi, dalla rinegoziazione delle obbligazioni, dal pagamento di diversi interessi, con un sostegno parallelo in liquidità della Banca centrale europea, e del Fondo monetario internazionale. L’Italia avrà così un po’ di respiro».

Sempre che si riesca a trovare la determinazione o il coraggio di parlarne.
«Lo so, quando la gente parla di debito in ristrutturazione pensa subito a un grande evento catastrofico, che distruggerà ogni cosa intorno».

Lei è molto più ottimista?
«Io penso invece a una modesta soluzione che, guadagnando qualche anno, ci dia i margini per ricominciare a investire nella crescita. Nel 2008 il debito italiano era il 104% del Pil, nel 2010 il 120%, ora il 136%. Ogni anno, è una sorta di bersaglio mobile. Ma insieme alla ristrutturazione, ci vorrà anche un’altra misura».

Quale?
«Un ridimensionamento dell’euro. Un’azione internazionale, cui partecipi l’Italia, per indebolire l’euro, che oggi è molto forte se comparato con una debole Eurozona».

Torniamo alla flessibilità, è probabile che Renzi dovrà continuare a chiederla, ma perché lei sembra diffidarne tanto?
«Perché sono discorsi che vanno avanti da tanto. Perché già nel 1998, quando ci fu un vertice di sei mesi che fu il primo passo per includere l’Italia nell’Eurozona, l’ambasciata tedesca a Roma spedì un cablogramma: l’Italia, diceva, chiede più flessibilità sulle regole di bilancio ma in realtà vuole solo liberarsi di vincoli e catene».

E questa sua idea che la flessibilità sia più o meno un coperchio buono per tutte le pentole?
«Ma sì, come la governance o la "politica comune", parole che ancora non sappiamo bene che cosa significhino, parole create per coprire le differenze nazionali fra i Paesi nella speranza di un compromesso che portasse la chiarezza, mentre hanno creato collisioni di interessi. Posso fare una previsione?».

Certo.
«Quando Renzi tornerà dalla signora Merkel per chiedere ancora un poco di flessibilità, lei gli risponderà "ma certo, naturalmente, queste cose le abbiamo già tutte nel nostro patto di Stabilità e di crescita". E si ricomincerà da capo. Ma il principio più importante resta quello stabilito fra Germania e Bce: le regole di bilancio devono essere approfondite piuttosto che alleggerite. E se un Paese si comporta prudentemente, non avrà problemi: un debito pubblico sotto il 60% del Pil, un deficit che non superi il 3% del Pil, e in più le riforme strutturali, dove può esserci un problema?».

Qualcuno però ha chiesto clemenza, e l’ha avuta. La Francia ha un deficit sul 4,3% del Pil, come può esigere altra comprensione?
«Lo fa proprio perché l’ha chiesta in passato, e l’ha avuta. Una volta che acconsenti, è più difficile dire di no. Ma nel caso della Francia non si tratta di un fattore economico, bensì politico».

Il contenuto di questo articolo, pubblicato dal Il Corriere della Sera – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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