FT e Telegraph: “L’Italia corre verso il default” (esca subito dall’euro)

Posted on settembre 22, 2014 di


Mentre gli italiani sono impegnati con l’incubo delle tasse (leggete la follia dellaTasi…alla faccia della semplificazione, eh, Renzi?)

Mentre il cazzaro vola negli States con la moglie a cazzeggiare, emozionato..(ma de che??!!)

Mentre viene svelata l’ennesima bufala renziana (NON SONO STATI PAGATI I DEBITI ALLE IMPRESE) ma il cazzaro continua a mentire e se ne esce con ridicole, quanto improbabili scuse, che neppure il più paraculo Berlusconi avrebbe potuto fare…

Vi prego di leggere la nota…(o sono ignoranti o si strafanno di droga, come vi dicevo qui…)

Mentre ci si sofferma su falsi problemi (ART. 18) ed emergono i primi scandali legati alla famiglia Renzi…

Mentre le sofferenze bancarie italiane esplodono (seguendo la traiettoria di quelle greche e spagnole..)

L’Italia continua la sua inesorabile crisi e il suo inarrestabile declino…

Ecco cosa scrivono Telegraph e Ft.

Complotti della stampa anglosassone, gufi per antonomasia

Io non credo si arrivi alla bancarotta perchè, purtroppo, a garantire questo Stato fallito, la sua classe politica fallita e cialtrona, ci saranno gli italioti, disposti a farsi impoverire e spennare #passodopopasso

Un altro articolo del Telegraph lancia l’allarme default per l’Italia. Lo fa dalle colonne del quotidiano britannico Roger Bootle, amministratore delegato di Capital Economics e vincitore del Premio Wolfson economics del 2012. Bootle ricorda i fasti dell’economia italiana, quando negli anni Settanta superò per pil l’economia del Regno Unito, un evento definito dalla stampa “il sorpasso”. Anche se quel benessere fu perseguito con alti tassi d’inflazione e nonostante una politica caotica, la situazione fu ribaltata nel 1995, quando il Regno Unito tornò a superare l’Italia. Da allora, spiega, il divario tra le due economie si è ampliato in favore di Londra.

D’altronde, dal 1999 ad oggi, ossia da quando l’Italia ha adottato l’euro, il suo pil è cresciuto mediamente dello 0,3% all’anno, ossia è rimasto fermo. Oggi, è del 9% al di sotto del picco raggiunto nel 2007, unico paese del G7 insieme al Giappone a non avere superato ancora la crisi finanziaria esplosa nel 2008. Il Canada, per fare un esempio, ha un pil oggi del 9% in più di quello del 2007.

Le ragioni di questo disastro non stanno solamente nell’euro. L’Italia, spiega Bootle, non ha fatto le riforme per rilanciare la sua competitività e ha subito più delle altre economie la concorrenza dei mercati emergenti, perché a differenza della Germania, produce essenzialmente beni di largo consumo a basso contenuto di tecnologia. Tuttavia, la moneta unica ha impedito un riequilibrio, in quanto non ha permesso le variazioni del cambio necessarie per giungere agli aggiustamenti con gli altri paesi.

Il manager osserva che l’Italia non ha tanto un problema di deficit, pari al 3% del pil, ma di debito pubblico, oltre il 130% del pil.

Nonostante ciò, paga i rendimenti a 10 anni sui suoi bond sovrani solamente al 2,4%, la classica situazione, aggiunge, di quiete prima della tempesta.

Secondo l’ad di Capital Economics, l’Italia si troverebbe in una “trappola del debito”. Non cresce e ciò fa lievitare di continuo il rapporto tra debito e pil. Ma per crescere non sarà sufficiente il solo varo delle riforme tanto attese e mai attuate. Fin quando il nostro paese rimarrà nella moneta unica, non potrà riprendersi del tutto. E se è vero che è poco esposta verso l’estero (le passività finanziarie sono più alte delle attività verso l’estero del 30% del pil), ciò non esclude che gli elevati risparmi italiani smettano a un certo punto di finanziare la montagna del debito, quando ci sarà la percezione diffusa che prima o poi scatti il default.

Bootle ritiene che una ristrutturazione del debito pubblico italiano avrebbe conseguenze molto gravi sul sistema finanziario globale, dato che il nostro mercato dei bond è il terzo più grande al mondo, dopo USA e Giappone. Genererebbe una grave crisi bancaria, visto che gli istituti sono colmi del nostro debito sovrano.

Ma non ci sarebbe alcuna alternativa per il manager all’uscita dell’Italia dall’euro. E si chiede: quanto altro tempo ancora dovrà essere sprecato, prima che i suoi politici si rendano conto che bisogna rinunciare alla moneta unica?

fonte: http://www.investireoggi.it/

“La situazione economica italiana è insostenibile e porterà a un default sul debito a meno che non ci sia un improvviso e duraturo cambiamento nella crescita. Se così non fosse, il futuro dell’Italia nell’eurozona sarebbe in dubbio, e di fatto lo sarebbe il futuro dell’euro stesso”. E’ quanto si legge in un editoriale del Financial Times, a firma Wolfgang Munchau. Secondo il quale “nessuno sa” fino a che punto l’Italia, il cui debito in caso di stagnazione anche nel 2015 e 2016 salirà fino al 150% del pil, sia “insolvente”. “Il Giappone lo è ancora, nonostante un rapporto debito/Pil del 200%”, ricorda Munchau, “ma il Giappone, diversamente dall’Italia, ha la sua banca centrale”. Il che permette a Tokyo di rassicurare gli investitori sul fatto di essere in grado di stabilizzare il debito. La politica monetaria di Roma, al contrario, come quelle di tutti i Paesi dell’Eurozona è affidata alla Bce.

Per l’Italia, dunque, l’unica via d’uscita dalla trappola consiste nella crescita del pil, che deve essere “più veloce di quella del debito”. Ma il Paese “non ha gli strumenti” per stimolarla: “Non può abbassare il tasso di interesse“, “non ha banca centrale che possa finanziare con la moneta i suoi debiti”, “non ha un tasso di cambio da poter svalutare”. Naturalmente tutte queste leve esistono ancora e sono nelle mani dell’Eurotower di Mario Draghi, “ma i tassi di interesse dell’Eurozona sono ancora a zero”, “la Bce non sta (ancora) comprando titoli di Stato italiani” e “l’euro dovrebbe svalutarsi di circa il 60 per cento perché l’Italia possa ottenere una svalutazione di portata simile a quella del 1992, quando la lira lasciò temporaneamente il sistema monetario europeo“.

E le invocate riforme economiche, che tutti indicano come indispensabili e salvifiche? “Possono contribuire alla crescita nel lungo periodo, ma è un po’ ingenuo pensare che l’economia ripartirà miracolosamente una volta che le imprese potranno licenziare il loro personale”. L’aggiustamento economico necessario “va molto al di là di qualche riforma strutturale. L’Italia ha bisogno di cambiare il sistema legale, di ridurre le tasse alla media dell’Eurozona e di migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione“. “In altre parole, deve cambiare l’intero sistema politico“, scrive Munchau, che in passato non ha risparmiato critiche al governo tecnico di Mario Monti ma nemmeno alla Cancelliera Angela Merkel, rea di un eccesso di rigore.

Solo Draghi può “comprare tempo” per Roma – In questo quadro, secondo l’editorialista, “le speranze migliori risiedono in un programma di acquisto di titoli da parte della Bce” che “dia tempo ai tassi di inflazione di tornare normali, all’economia europea di riprendersi e al governo italiano di implementare almeno alcune riforme”. Francoforte dovrebbe comprare non solo Asset backed securities e covered bonds, come annunciato il 4 settembre, ma anche “altri tipi di strumenti finanziari: per esempio “bond del Meccanismo europeo di stabilità (il cosiddetto fondo salva-Stati,ndr) e della Banca europea degli investimenti”. La Commissione “potrebbe poi usare la Bei per lanciare un grande programma di emissione di titoli per finanziare infrastrutture”. E all’Italia non resta che sperare che “parte di questi interventi si trasmetta all’economia reale”.

Renzi “ha promesso riforme ma non ha realizzato nulla”. E interventi nazionali “non bastano” – Ma le previsioni di Munchau non sono rosee: “Sono ottimista sul fatto che questi programmi avranno un notevole effetto positivo sull’Eurozona nel complesso, ma molto meno sul loro impatto sull’Italia”. “Abbiamo bisogno di un’azione politica estrema e coordinata per permettere all’Italia di crescere, sostenere il debito e in definitiva rimanere dentro l’Eurozona”, è la conclusione del columnist del Ft. “Matteo Renzi, il primo ministro italiano, ha promesso riforme radicali, ma non ha ancora realizzato nulla. E comunque, questo non basta. La sostenibilità del debito italiano richiede politiche a livello europeo che finora sono state escluse. E’ qui che si deciderà il successo o il fallimento dell’eurozona”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/

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