Prodi Presidente della Repubblica?No, grazie

Posted on gennaio 19, 2015 di


Basterebbero le sue perle (pirlate?) sull’euro..

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Salvo dire ora che…

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Di lui, Cossiga disse: "Dopo Ciampi, è Prodi la persona che meno capisce di politica, ma è uno degli uomini più furbi che io conosca. Allevato come me in sacrestia, dice le bugie meglio di Berlusconi. Non dico che siano bugiardi: dico solo che dicono bugie".

Così, il nostro quasi 80enne Romano s’appresta ad essere candidato da coloro che lo pugnalarono per ben due volte alle spalle, facendo cadere (anche nel ridicolo) i suoi due governi.

A chi, a sinistra gioisce, ricordo quanto segue: nel 1996 il suo governo, nel nome della concorrenza e della competitività, siglò il cosiddetto “patto sul lavoro” che prevedeva le prime forme di flessibilizzazione del lavoro e dei salari. Ma è con la “legge Treu” del 18 giugno 1997 che il governo sancisce la piena deregolamentazione del mercato del lavoro e la sua ulteriore flessibilità. Risale invece al settembre ’97 la riforma del welfare, che portò a tagli draconiani e richiami all’insegna del rigore, voluta fortemente da Prodi e dal ministro dell’Economia Ciampi “perché essenziale per il cammino verso l’entrata nella moneta unica europea”, come affermò lo stesso premier. Anche grazie ai governi di centrosinistra, come sottolineò soddisfatto Prodi, l’Italia “tra il 1992 e il 2000, ha conquistato il record europeo di privatizzazioni in termini quantitativi e numerici. Questo rende il nostro Paese, in termini di privatizzazioni, secondo soltanto alla Gran Bretagna”. La Gran Bretagna della lady di ferro Margaret Thatcher e del neolaburista Blair…

Ambrose Evans-Pritchard, corrispondente del Daily Telegraph da Bruxelles, fu uno degli uomini che più lo mandarono su tutte le furie. Coi suoi articoli sulle passate vicende giudiziarie (Nomisma, privatizzazione Cirio-De Rica-Bertolli, Ase) ha massacrato più volte il Professore.

Prodi, lo sanno tutti (spero) è uomo di Goldman Sachs…Come Monti…

The Economist ricordò che i suoi compensi per i servigi alla Goldman Saschs superavano i 3,1 miliardi…

E non scordiamoci…

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Non si puo’ dire che il conflitto di interessi abbia riguardato solo il Banana…

Per esempio: negli anni del ritorno di Prodi all’IRI e della privatizzazione del gruppo alimentare dell’IRI a vantaggio della Unilever attraverso la mediazione della Goldman Sachs.

Per fare un altro esempio Prodi era presidente dell’Iri quando si decise la privatizzazione della Credito Italiano proprio tramite la Goldman Sachs, che fissò il valore delle azioni a 2.075 lire, meno di quello di Borsa (che era a quota 2.230)

O ancora: sempre come presidente dell’IRI, svendette la Italgel alla Unilever, essendo contemporaneamente consulente di quest’ultima, dunque in un pieno conflitto di interessi evidente.

Sulla sua gestione dell’Iri ci si potrebbe scrivere un libro intero.

Inutile anche dire della privatizzazione che ha suscitato le polemiche più roventi: quella della Cirio-Bertolli-De Rica (Cdb)…

Basta che cerchiate su internet.

Si trova davvero di tutto.

Qui voglio solo ricordare l’"affare Alfa Romeo".

L’Alfa Romeo, marchio storico italiano, in quegli anni non se la passava bene e perdeva centinaia di miliardi l’anno.

La Ford, tuttavia,proprio pensando di rilanciare un marchio così famoso, avanzò un’offerta tra i 3.300 e i 4.000 miliardi (piano di 8 anni per acquisire gradualmente il pieno controllo entro otto anni)

Prodi, che si vanta di aver sempre lavorato nell’interesse del paese, informò subito Cesare Romiti.

La Fiat rilanciò (per modo di dire): 1.050 miliardi, in cinque rate senza interessi e prima rata nel 1993 (alla fine Fiat sborsò in realtà tra i 300 e i 400 miliardi), poi 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività. Bene: l’Iri di Prodi cedette l’Alfa alla famiglia Agnelli alla Fiat che, dieci anni più tardi, sarebbe stata tenuta artificialmente a galla con gli ecoincentivi per l’auto.

Come la Fiat stia ripagando gli italiani anche oggi è sotto gli occhi di tutti.

Prodi è anche il mandante politico dell’acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi.

Al riguardo, mentre la Borsa bocciava l’operazione (con sospensione di Mps per eccesso di ribasso al -10%), l’allora Presidente Romano Prodi disse: «La cosa in sé della creazione del terzo gruppo bancario italiano è certamente da vedere con occhio positivo. Dal punto di vista strategico ne ho un’impressione positiva»

Delle due una: o sei un incompetente o sai benissimo a cosa servì quella operazione e l’hai avvallata (col tuo amico Goldman Sachs a Bankitalia…)
di Tempi

A molti sarà sfuggito il libro L’affare Telecom (Sperling& Kupfer Editori) edito nel luglio 2002 e di cui proponiamo qui di seguito qualche passaggio tratto dal capitolo centrale (pp. 177-217) relativo al caso Seat. Gli autori, Giovanni Pons, giornalista di Repubblica e Giuseppe Oddo, del Sole-24 Ore, delineano un quadro particolareggiato del ‘grande capolavoro’ della seconda Repubblica. Davvero un bell’esempio di investigative reporting. Peccato che in questi tempi di discussione su affari risalenti a vent’anni fa, anche La Repubblica eviti accuratamente di utilizzare i suoi ottimi professionisti per rinfrescare la memoria dei lettori su cose accadute. praticamente oggi.

L’affare Seat-Telecom
1. Quadro d’insieme di un’operazione da ‘tecnici’ con un ‘alto senso dello Stato’.
«La straordinarietà di tali operazioni (quelle intorno a Telecom, dal ’96 in avanti, ndr), il cui vantaggio economico è tutto da dimostrare, è consistita nel fatto che esse sono servite a ricoprire d’oro alcuni azionisti. Il caso più clamoroso, anche se non il solo, purtroppo, è rappresentato dal viaggio di andata e ritorno della Seat: dalla Stet al ministero del Tesoro (autunno ’96, ndr), dal Tesoro ad azionisti privati (luglio ’97, ndr) dai privati a Telecom (‘la Stet di una volta’, nda; operazione lunghina, annunciata a febbraio, conclusasi a giugno 2000; a febbraio il premier è D’Alema, ministro del Tesoro Amato; a giugno il premier è Amato, il Tesoro è assorbito in altri dicasteri, i ministri economici sono Visco e Del Turco). A fine corsa qualcuno ha incassato 6,71 miliardi di euro pagati da mamma Telecom, che a causa di questa operazione ha accusato nel 2001 un vistoso calo di profitti».

2. Dettaglio di una operazione da ‘tecnici’.
«Nel luglio 1997, il Tesoro (Ciampi, premier Prodi, ndr) aggiudica il 61, 27% della Seat alla Otto-Ottobi, incassando 853,7 milioni di euro lordi, sulla base di una valutazione complessiva dell’azienda di 1,65 miliardi di euro, ma nello stesso tempo la Telecom restituisce 170 milioni di euro alla cordata acquirente, rilevando il 20% della stessa Otto. Tutto si può dire tranne che il Tesoro abbia concluso un affare. I fatti dimostrano che gli acquirenti hanno pagato meno di due volte il fatturato di una gallina dalle uova d’oro con un business garantito per i dieci anni a venire. la conferma verrà nel 2000 quando, per acquistare dagli azionisti della Otto il controllo della Seat, la Telecom non esiterà a valutarla 20miliardi di euro».

3. Quadro di insieme e in dettaglio.
«.l’ardito marchingegno finanziario che ruota intorno alla Otto, rende completamente opaco l’assetto proprietario della Seat. Questa assoluta mancanza di trasparenza impedirà in seguito di conoscere nel dettaglio i nomi dei beneficiari di 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire, mica noccioline, no? ndr) versati da Telecom Italia ai Magnifici Otto in cambio del controllo della Seat. Il Tesoro (Ciampi, ndr) è al corrente dell’alveare societario che forma l’azionariato della Otto nel momento in cui le consegna il 61,27% della Seat? (interrogativo intrigante, no? ndr). Ed è al corrente che un azionista col 10% del capitale che risponde al nome di Investitori Associati II è a sua volta un sotto-sistema di finanziarie in gran parte domiciliate in paradisi offshore non riconducibili a persone fisiche e totalmente esenti da imposte in Italia?» (interrogativo intrigante, no? ndr).

4. E non è finita.
«Tra il boss della Seat e i soci della Otto, vi è totale sintonia di interessi. Pelliccioli comincia col non distribuire il dividendo del bilancio 1997, che spetterebbe per la quasi totalità al Tesoro (Ciampi, Prodi premier) rimasto azionista della Seat fino al 25 novembre. Evidentemente deve esserci un accordo tra acquirenti (i Magnifici Otto, ndr) e venditore (il Tesoro, premier Prodi, ndr) in base al quale quest’ultimo rinuncia a incassare la quasi totalità dei 78,5 milioni di euro di utile netto dell’esercizio 1997. Ma questi profitti non riscossi non sono gli unici che lo Stato lascia in dote ai nuovi azionisti. La società (Seat) viene infatti consegnata alla Otto (Magnifici, ndr) con 258 milioni di euro di liquidità che il Tesoro (Ciampi, premier Prodi, ndr), volendo, potrebbe prelevare con un dividendo straordinario, così come farà con l’Enel poco prima della privatizzazione. Dagli 1,65 miliardi di euro di valutazione della Seat all’atto della vendita bisognerebbe quindi sottrarre, a rigor di logica, i quasi 337 milioni di euro di disponibilità finanziarie che i nuovi azionisti vi trovano in cassaforte.
Il dettaglio non è di poco conto perché l’acquisizione della Seat si configura come un’operazione con cui gli acquirenti finanziano l’acquisto dell’azienda con la liquidità che essa ha ‘in pancia’, con l’obiettivo di rivenderla e ricavarci una maxi-plusvalenza quando le quotazioni saranno salite alle stelle.».

Quel fantastico 1999
1. Servitori dello Stato. Come si crea valore.
«All’inizio del febbraio 1999 il Cda (Seat, ndr) decide di distribuire un dividendo straordinario di 905 milioni di euro dando fondo alle riserve di bilancio. Questo dividendo va ad aggiungersi a quello ordinario, che per l’esercizio 1998 ammonta a 148 milioni di euro, praticamente al 100% dell’utile. Quindi oltre 1 miliardo di euro di dividendo complessivo, di cui 645 milioni affluiscono nelle casse della Otto. la società acquirente della Seat preleva dunque da quest’ultima, a un anno e mezzo soltanto dalla privatizzazione, una quota di capitale addirittura superiore al debito contratto per acquistarla. A farne le spese è. la Seat, che passa da un saldo positivo di 387 milioni di euro a uno negativo, cioè a un debito netto di 671 milioni. Questo sì che è creare valore!».

2. Servitori dello Stato. Come si entra nel guinness dei primati.
«All’inizio del 1999. gli investitori della Otto. possiedono il 61,27% delle azioni ma per mantenere il controllo è sufficiente il 50% più un’azione. Incaricano la Lehman di collocare presso investitori istituzionali l’11% del capitale. e l’operazione si consuma in un attimo generando un incasso di oltre 465 milioni di euro. Prima 645 milioni di euro di dividendo e ora altri 465 milioni dalla vendita di un pacchetto di azioni. Si comincia a rientrare ampiamente dall’investimento effettuato meno di due anni prima».

3. Altissimi servitori dello Stato.
«Sarà una coincidenza, ma la vendita di quell’11% della Seat spinge i suoi azionisti, nel febbraio 1999, a trasferire anche la proprietà della Otto in Lussemburgo, dove la maggioranza dei soci ha già eletto domicilio. Dalla sera alla mattina, il 61,27% della Seat viene trasferito nel Granducato a due società di nuova costituzione, la Huit e la Huit II, fotocopia (siamo nel febbraio ’99, il ministro del Tesoro è Ciampi, premier D’Alema, ndr) di quelle utilizzate 18 mesi prima per l’acquisto dal Tesoro (’97, ministro del Tesoro Ciampi, premier Prodi, ndr). è l’apoteosi dell’elusione fiscale. Ma il ministro delle Finanze Vincenzo Visco sembra disinteressarsene. Ignorando il trasferimento della proprietà della Seat in Lussemburgo, lo stato italiano si nega di fatto la possibilità di incassare le imposte sulle plusvalenze che saranno realizzate al momento della vendita a Telecom».

4. Quadro riepilogativo di come si acquista dallo Stato (la Seat) che ha un terzo di fatturato aziendale già garantito (da Telecom) fino al 2007, con fideiussioni (del socio nell’affare) Comit (finanziamento del debito studiato da Cossutta), e si diventa miliardari in due anni, senza nemmeno pagare le tasse.
«Riepilogo: in poco più di due anni la cordata che s’è aggiudicata la Seat, pagandola 853, 7 milioni di euro, ha cavato dalla società 935 milioni di euro di dividendi che le hanno permesso di rimborsare i 622 milioni di euro di debiti contratti per l’acquisto, gli interessi passivi, le consulenze alle banche d’affari, gli avvocati e di riscuotere il capitale investito. Se ai dividendi aggiungiamo i 465 milioni di euro ottenuti dalla vendita dell’11% di capitale, pari a una rivalutazione del 255% in due anni, otteniamo un primo bilancio dell’incredibile operazione. Pelliccioli, Drago, Cossutta, Tazartes, Erede: ecco i novi finanzieri della seconda repubblica.».
«Dal 1999. la proprietà delle azioni Seat si è spostata in Lussemburgo, dove il fisco italiano non arriva, e tutto è pronto per il colpo finale: la vendita alla Telecom, passaggio propedeutico alla fusione Seat-Tin.it. Tra poco vedremo i soci della Huit convolare a nozze con Roberto Colaninno. Ma in che mani sono finiti quei 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire, mica noccioline, no? ndr) pagati dalla Telecom per comperare il controllo della Seat (che era stata acquistata a 853,7 milioni nel 1997, dallo Stato, ndr)? Che strade hanno battuto prima di arrivare a destinazione? (l’affare Telekom-Serbia ne sa qualcosa? ndr). Per ora si possono dare risposte parziali. Si può per esempio affermare, senza tema di smentita, che quei 6, 71 miliardi di euro, usciti da una società con sede sociale a Torino (la Telecom) per l’acquisto di un’altra società domiciliata nella stessa Torino, a qualche isolato di distanza (la Seat), sono transitati per uno Stato nel quale non si pagano imposte, che garantisce il più assoluto anonimato in fatto di investimenti (il Lussemburgo)».

Il trend di Prodi 01 (22/01/2004)

di Mauro Bottarelli

Chris Heaton-Harris, capogruppo del Partito Conservatore britannico al Parlamento europeo, è un duro e non fa niente per nasconderlo. Nato nel 1967 a Leicester, enfant prodige del partito nelle natie Midlands, Heaton-Harris è sposato con Jayne, ha due figlie, Megan di sette anni e Tess di quattro e un’incrollabile fede nella politica thatcheriana di anti-europeismo viscerale, dove questo termine non significa disprezzo per l’Europa bensì per l’euroburocrazia che la governa. Fermamente convinto della necessità di mantenere la sterlina come moneta e dell’intangibilità del principio di sovranità nazionale, Heaton-Harris è anche promotore di una campagna tesa a costringere Tony Blair a indire un referendum attraverso il quale il popolo britannico possa democraticamente esprimere il proprio parere sulla futura Costituzione europea, vincolando quindi la politica governativa in ambito Ue alla reale volontà della gente (a tal fine ha anche dato vita al sito Internet www.putittothepeople.com).
Come valuta la leadership europea di Romano Prodi?
«Un mucchio di belle parole e nobili propositi e nessun fatto concreto. Lo scandalo Eurostat è qui a provarlo, lo stesso caso Italtrend da me denunciato nell’indifferenza generale ne è la conferma. Tutto questo è stato reso possibile dalle terribili falle presenti nel sistema che regola la vita dell’Unione europea, una mastodontica burocrazia al cui interno si annidano i germi della scarsa trasparenza e della poca produttività. Prodi è stato costretto ad ammettere l’esistenza di scandali ed errori anche gravi ma nessuno, lui per primo, si è preso le responsabilità politiche per l’accaduto. è inaccettabile, chi sbaglia deve pagare».
Forse questa disattenzione in sede europea è dettata dal fatto che Prodi ha la testa molto occupata con la campagna elettorale italiana.
«Guardi, devo ammettere che non mi tocca né mi scandalizza più di tanto il fatto che Romano Prodi possa candidarsi alle elezioni europee o che si occupi della politica italiana utilizzando la sua posizione privilegiata di presidente. Sa perché? Perché era chiaro fin dal primo giorno, dal suo insediamento, che Prodi avrebbe tenuto il piede in due scarpe. La cosa, poi, ha assunto dimensioni quasi farsesche con l’inizio del semestre di presidenza dell’Italia: da quel giorno anche i ciechi e gli stupidi hanno capito che l’unico intento di Prodi era quello di mettere a segno un punto nella sua lotta politica e personale contro Berlusconi in una chiave che era unicamente di politica interna italiana. Certo, trovo abbastanza irresponsabile e imbarazzante in un momento di grandi problemi e preoccupazioni – interne e internazionali – per l’Europa, che il presidente della Commissione si concentri così tanto, dando anima e corpo, sulla disputa politica del proprio paese. Il suo odio per Berlusconi è più forte di qualsiasi richiamo al senso di responsabilità e del dovere. Questo, per quanto mi riguarda, rappresenta un limite politico e umano enorme».
In effetti, appena fallita la Conferenza intergovernativa, Prodi non ha perso tempo per addossarne la responsabilità proprio a Berlusconi.
«Assurdo. Il fallimento della Cig non è responsabilità di Berlusconi ma va ricercato nel fatto che la Costituzione dell’Ue rappresenta un enorme passo avanti nel processo di integrazione europea e uno step simile non può essere calato dall’alto o imposto per ragioni di tempo o di prestigio personale. Forse la gente non sa che la Costituzione garantirà un ulteriore, enorme potere di Bruxelles sulla vita dei cittadini dei singoli stati e significherà, di fatto, la fine della sovranità nazionale. è normale che di fronte a questioni simili gli stati abbiano reso note le proprie perplessità ben prima che iniziasse la Cig: cosa c’entra Berlusconi in questo? Se c’è qualcuno che ha reso la situazione ancora più difficile da risolvere , al limite, questo è proprio Prodi che ha insistito con tutti i mezzi per garantire a Bruxelles un ulteriore accorpamento di poteri. E poi, diciamola tutta: sono certo che né Berlusconi né Prodi avrebbero scommesso un centesimo sul successo della Cig. E sa perché? Perché in fondo era nell’interesse di tutti che andasse a finire così».
Lei è uno dei pochi inglesi non pregiudizialmente contro Berlusconi: l’Economist invece.
«In effetti nemmeno io so perché l’Economist detesti tanto Berlusconi. Se mi permette un’ipotesi, però, penso che non si tratti di una linea dettata dalle convinzioni liberali in fatto di economia ma di una precisa scelta del direttore e dei giornalisti, un punto di vista personale e nulla più. Insomma, una questione personale».
Mr. Heaton-Harris, come anticipato lei ha denunciato per primo la scandalo Italtrend in sede europea: vuole riassumerci brevemente la vicenda?
«Volentieri. A quanto sembra dalle evidenze – ma nonostante le mie molte richieste di chiarimento nessuno si è ancora degnato di darmi una risposta ufficiale per confermare oppure smentire – dal 1999, anno in cui Romano Prodi ha assunto la guida della Commissione Ue, Bruxelles ha versato attraverso l’ufficio per la cooperazione ‘EuropeAid’ 15 milioni di euro (quasi 30 miliardi di vecchie lire, ndr) alla società italiana di consulting per gli aiuti allo sviluppo Italtrend, azienda con sede a Reggio Emilia al cui interno lavorano soltanto 14 dipendenti».
Cosa ci sarebbe di strano in questo?
«Nulla, se non che una di questi dipendenti è Silvia Prodi, nipote del presidente della Commissione, assunta alla Italtrend dal 1994 e attualmente assistente della direttrice Silvana Garavelli. Nata nel 1977, l’azienda si occupa in principal modo di progetti per la sicurezza degli impianti nucleari nella ex Unione Sovietica e di aiuti alle popolazioni palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. (Interpellata al riguardo, Silvia Prodi ha sdegnosamente rigettato le accuse di presunti favoritismi familiari, dicendo che vede lo zio «solo una volta all’anno, a Natale» e che non ha «mai accettato nulla in tutta la vita che derivasse dall’uso del mio cognome». Qualcosa di più lo si scopre scavando nel suo impegno politico. Silvia ha infatti sostenuto attivamente la campagna elettorale di Antonio Soda, magistrato ed ex consigliere della Corte d’Appello di Bologna, eletto per l’Ulivo nel collegio superblindato 25 di Reggio Emilia. Per ammissione dello stesso zio Romano, poi, si sa che fu proprio Silvia a suggerirgli la nomina di Antonio Di Pietro a ministro dei Lavori pubblici nel 1996, ndr)».
Un bel conflitto di interessi, quindi?
«Pare proprio di sì. Visto anche che su 75 appalti vinti dalla Italtrend, soltanto due hanno avuto un bando di gara normale, mentre gli altri sono stati quasi tutti ottenuti con trattativa diretta. Questo anche perché i sostanziosi contratti del programma Tacis (Assistenza tecnica ai paesi dell’ex Unione Sovietica) – che rappresentano il contributo finanziario dell’Unione Europea a sostegno del processo di trasformazione politica ed economica in atto nelle Repubbliche della ex Urss – sono gestiti direttamente dalla Commissione. In dieci casi di appalto è stata seguita una ‘procedura ristretta’: ovvero una procedura che presuppone la presenza solo di aziende invitate dalla Commissione che possono presentare un’offerta. In ulteriori quattordici casi si è seguita la strada dell’accordo ‘diretto’ firmato da azienda e Commissione. In altri quaranta casi la Italtrend ha vinto ‘contratti framework’, ovvero è stata messa in condizione di competere in una serie di gare d’appalto. Altri otto contratti sono stati assegnati dopo quella che la Commissione chiama ‘procedura informale’ mentre l’ultimo è stato concesso attraverso una ‘procedura negoziata’. Probabilmente sarà tutto regolare, ma questi particolari per me rappresentano un motivo in più per esigere grande trasparenza da parte di un uomo che è contemporaneamente erogatore di fondi e zio di una delle percettrici di questi fondi comunitari, quindi pubblici».
In Italia la grande stampa ha ignorato il caso. Che ne pensa?
«è molto preoccupante, visto che la stampa svolge un ruolo importantissimo. Io stesso sono venuto a conoscenza del caso attraverso una pubblicazione britannica, European Voice, che pubblicò un paio di articoli dai contenuti veramente gravi se confermati. Bene, io come politico voglio solo questo: una conferma o una smentita, la verità insomma. Come presidente della Commissione Ue Romano Prodi dispone di un enorme potere e non deve poterne abusare, non deve utilizzare la sua posizione per scopi personali di questo tipo: non è la stessa accusa che lui muove sempre a Berlusconi? Comunque sia, seppur in modo tutt’altro che formale attraverso un portavoce, Prodi ha negato responsabilità: io, comunque, non desisto. Continuo a documentarmi, a investigare sul caso e ad esigere una risposta chiara».
Niente male come storiella, che ne dite? Ora, poi, a gettare ulteriore mistero su una vicenda dai contorni già poco chiari ci ha pensato l’interrogazione presentata a Bruxelles dall’eurodeputato della Lega Nord, Mario Borghezio. Secondo il focoso esponente padano, infatti, risulterebbe che l’effettiva proprietà della Italtrend sia quantomeno nebulosa. Il socio più importante dell’azienda emiliana è infatti la Necway Trading Limited, società con sede a Dublin 2, ai civici 24 e 26 della City Quay, presso uno studio di consulenza fiscale e commerciale. Nulla di illegale, per carità, questa scoperta non è certo una notitia criminis (noi siamo garantisti, noi). La cosa strana è che allo stesso indirizzo, nella bella palazzina con vista sul mare affacciata di fronte all’International Financial Service Center, ha sede la Grant Thornton Irlanda, filiale sull’isola di smeraldo dell’istituto balzato agli onori delle cronache per la contabilità creativa di casa Parmalat. Direttore della Necway Trading Limited è Conor Blackwell, socio di Grant Thornton mentre il director operativo, quello che ne segue l’attività, è Paul Joseph Watson, personaggio che risulta risiedere a Port Saint Mary, nell’Isola di Man, noto paradiso fiscale delle Channel Islands. Una ricerca nel sito Internet dell’albo professionale dell’Isola è sufficiente per scoprire che di Watson non esiste traccia: non un curriculum, non un documento che lo riguardi. Ma c’è di più. La maggior parte delle operazioni che riguardano l’azienda sono state curate dell’avvocato italiano Sabina Dazzi ma, cercando nel sito Internet della Camera di Commercio di Reggio Emilia, si scopre che della Italtrend s.r.l. non c’è traccia nel registro degli iscritti: eppure la sede legale dell’azienda è proprio nel capoluogo di provincia emiliano, al 30 di via Raffaello. E ancora, nell’ultimo bilancio certificato dell’azienda figurano garanzie fideiussorie per 36 milioni di euro, tutte fideiussioni a fronte di fondi Ue per contratti di procurement e di assistenza tecnica. In parole povere, la Italtrend non presenta rischi d’impresa: fanno fuori ciò che ricevono con le consulenze. E poi, ancora più strano appare l’asset e la definizione che la Italtrend dà di sé: «Provider di servizi di assistenza tecnica ad istituzioni internazionali e in particolare quale società qualificata a rendere servizi di supporto nei programmi di cooperazione e sviluppo della Commissione europea nello scenario mondiale». Il tutto, si badi bene, con solo 14 dipendenti! Ripetiamo, questa non è una notitia criminis: certo che l’imperativo di trasparenza adottato da Romano Prodi al momento del suo insediamento a Bruxelles per chiudere con la sciagurata era Santer sembra un po’ appannato nello slancio… Il triciclo giustizialista del ‘facciamoci del bene’ non ha nulla da chiedere al riguardo?

l trend di Prodi 02 (22/01/2004)

di Mauro Bottarelli

Del suo manifesto, ‘Programma per l’Ulivo’, una pizza per tutte le stagioni che gli ha procurato severe critiche in Europarlamento, si sa quasi tutto. Il ‘Comitato di autocensura spontanea per Prodi 2006’, esclude invece che in Italia si vada molto al di là del Foglio (18 novembre) per avere notizia sul caso delle commesse (di 15 milioni di euro) partite da Bruxelles per Italtrend, un’azienda italiana in cui lavora l’ingegnere Silvia Prodi, nipote di Romano Prodi. Qualcosa in più ne sanno invece i sudditi di Sua Maestà britannica, visto che la vicenda ha trovato eco sulle pagine di Sunday Times (titolo del servizio: ‘Una marea sordida intorno alla famiglia Prodi’) e Sunday Telegraph di domenica 16 novembre. Dal Sunday Times apprendiamo che «Romano Prodi affronterà domande imbarazzanti sui legami della sua famiglia con un’azienda che ha ottenuto appalti remunerativi da Bruxelles. L’aumento di accuse di nepotismo all’interno della Commissione ricorda la sordidezza che ha fatto sprofondare il suo predecessore Jacques Santer». Conflitto d’interessi? Chissà, certamente – come scrive l’Economist (come scrive Repubblica, ‘l’autorevole Economist’, quando Economist scrive del Cav.) – Prodi è un second rate president, un presidente di serie B.

27/10/2005

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