Il Sole 24 Ore: I due salvataggi della Grecia? Un aiuto a tedeschi e francesi (MA DAI?)

Posted on febbraio 18, 2015 di


Ma dai?

E chi lo avrebbe mai detto?

-:)

Leggete l’informazione indipendente, il mainstream (se e e quando ci arriva) lo fa sempre in ritardo..

Ad ogni buon conto, ecco l’autorevole Sole 24 Ore accodarsi…

Tanto per essere chiari: ce lo hanno messo nel c…

E Draghi ha completato l’opera

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Il Sole 24 Ore, mercoledì 18 febbraio 2015
«Bail out people, not banks!». «Salvate la gente, non le banche!». Sembrano lontani i tempi in cui le folle sventolavano in piazza cartelli per protestare contro il salvataggio degli istituti di credito con soldi pubblici. Le rimostranze, tra il 2008 e il 2010, erano all’ordine del giorno. Ma in Europa (o meglio, nel Sud Europa) le folle avrebbero dovuto far sentire la propria voce soprattutto dopo il 2010. Perché – calcoli alla mano – mentre gli Stati sostenevano la Grecia, dietro le quinte avveniva qualcosa di ben più clamoroso: i contribuenti europei salvavano le banche di Francia e Germaniamolto più che il popolo greco. E molti Paesi, Italia e Spagna incluse, spendevano soldi pubblici non per aiutare le proprie banche (che erano minimamente esposte sulla Grecia), ma per dare una mano soprattutto agli istituti tedeschi e francesi. Ora che la trattativa tra Atene e l’Europa è tornata nel vivo, questo lato paradossale della «medaglia» non va dimenticato.
Il grande travaso
I numeri parlano da soli. Nel dicembre del 2009, prima della crisi ellenica, gli istituti di credito di Francia e Germania erano i più presenti in Grecia: i primi – secondo i dati della Bri – avevano un’esposizione pari a 78,8 miliardi di dollari, mentre i secondi di 45. Per contro le banche italiane avevano in Grecia solo 6,8 miliardi e quelle spagnole appena 1,21 miliardi. Insomma: un eventuale crack ellenico avrebbe fatto del male agli istituti francesi e tedeschi, non a quelli italiani o spagnoli. Ovvio che l’effetto contagio avrebbe penalizzato i Paesi periferici sui mercati (dunque era interesse di tutti evitarlo), ma non le loro banche. Almeno: non direttamente.
Quando nel maggio del 2010 si rende necessario il salvataggio di Atene, tutti gli Stati mettono mano ai soldi pubblici. La stessa cosa è avvenuta nel 2012, in occasione del secondo aiuto. Così (sommando i prestiti bilaterali, le garanzie date al fondo salva-stati Efsf e i titoli acquistati dalla Bce), lo Stato tedesco risulta oggi esposto verso la Grecia per 61 miliardi, quello francese per 46, mentre l’Italia per 40,8. Nel frattempo le banche sono invece fuggite da Atene: le francesi sono ora in Grecia per appena 1,8 miliardi di dollari e le tedesche per 13,5. In cinque anni c’è stato dunque un travaso: l’esposizione privata verso Atene è diventata pubblica.
La «solidarietà» europea
Il punto è che il travaso non è stato uniforme. La Francia, per esempio, ha ridotto la propria esposizione totale: prima era pari a 78 miliardi (tutta bancaria) e ora ammonta a 48 (in gran parte pubblica). La Germania l’ha incrementata, ma non di tanto. Mentre l’Italial’ha aumentata di circa il 510%: dai 6,86 miliardi (delle banche) del 2009, ai circa 42 (quasi esclusivamente pubblici) attuali. «Noi abbiamo preso un’esposizione che non avevamo, mentre i tedeschi e i francesi hanno semplicemente rimescolato tra privato e pubblico una presenza che già avevano», osserva Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo. Insomma: i soldi pubblici italiani sono in parte serviti anche per permettere alle banche tedesche e francesi di tirarsi fuori dai guai. Questo dimostra che l’Europa, per quanto spesso si cerchi di separare i destini di ogni Stato, resta un sistema di vasi comunicanti. È difficile capire chi salva chi, e quali interessi siano in gioco in ogni partita. Quando nelle capitali del Vecchio continente lo capiranno, allora si potrà veramente fare un passo avanti verso l’Unione europea.

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