pensioni, l’ingiustizia dello status quo

Posted on maggio 20, 2015 di


A very humble opinion sul tema delle pensioni.

Provo a rispondere ad alcune tesi e a proporne altre.

Mi si dice: va bene tagliare, ma solo se le risorse risparmiate si vincolano ad alcuni utilizzi (tipo, che so, il reddito di cittadinanza e simili).

Rispondo. Condivido che sarebbe meglio vincolare gli eventuali risparmi, ma mentre tutti si concentrano oggi sui costi (gli sprechi) credo sia importante sottolineare come oggi le grandi sperequazioni siano creati da forti dissimetrie nei ricavi.

In parole povere:

in un Paese vecchio e con elevatissimi tassi di sperequazione da una parte e scarsissima mobilità sociale dall’altra, come non vedere che una ricca pensione non fa che contribuire all’autoperpetuazione di questo sistema?

In parole ancora più povere: non mi pongo il problema se una pensione sia giusta o ingiusta. Se è troppo alta, essa, di per sé, alla pari di altre immissioni di denaro nella società (lecite o illecite) produce sperequazione. Sperequazione che in Italia, al momento, ha scarsissime possibilità di essere ridotta, perché siamo un Paese in cui, ad esempio, si lavora pochissimo.

Ricapitolando: siamo in un Paese in cui se nasci ricco hai molte probabilità di restarci, se nasci povero rimani povero. Le pensioni non sono in alcun modo un mezzo di riduzione delle dissimetrie. 

Ma mi si dice:

sono soldi che mi sono guadagnato lavorando, sono salario differito.

Rispondo: la pensione nasce per essere lo strumento di tutela dell’individuo rispetto ad alcune sue fragilità (vecchiaia, disabilità, etc.). Non puoi più lavorare? Ti sostengo. Punto. Tutto il resto, anche ne normativamente codificato, è, di per sé, un utilizzo arbitrario dello strumento.

Alcuni esempi.

Il baby-pensionamento usato come incentivo a lasciare il posto di lavoro. Spero si capisca da sé che cosa non funzioni in questo sistema.

L’accumulo di più pensioni su uno stesso individuo: in assenza di diverse forme di vulnerabilità, non si capisce perché debbano proliferare le tutele a fronte di un’unica tipologia di fragilità.

Ma ritorniamo all’obiezione dei più: me la sono guadagnata, era parte del mio stipendio, non me l’hanno dato allora, me lo danno adesso.

Ritorniamo a quanto sopra:

– le pensioni non sono dei prestiti che io faccio allo Stato o a un’azienda e che poi mi vengono ritornati

– il loro sistema di calcolo (contributivo e retributivo che sia) resta comunque iniquo laddove  non abbia nessuna relazione con la mia fragilità, il costo della vita e altri parametri esterni e oggettivi 

E anche qualora si volesse mantenere la tesi del differimento del salario:

vogliamo capirlo o no che nessuna generazione tra quelle che ci ha preceduto in questo Paese è riuscita a autosostenere la propria esistenza post-lavorativa? Lo capiamo o no che proprio il differire ha consentito di scaricare il proprio costo esistenziale su figli e nipoti?

Vogliamo fare lo stesso con i nostri figli nel nome di una presupposta giusta pensione?

L’unica pensione giusta è oggi una pensione che mi consenta di vivere dignitosamente, certo, ma che sia al contempo sostenibile e non produttrice di sperequazioni.

Tutto il resto non fa che produrre ulteriore ricchezza per pochissimi e miseria per i più.

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