Da leggere in chiave italiana: la Spagna ha agganciato la ripresa? Gli spagnoli, no

Posted on giugno 4, 2015 di


Il Wall Street Journal ci racconta una cosa che io vado ripetendo da molto tempo: i cd "Piigs" possono anche agganciare una "ripresa", ma per i loro abitanti non è affatto così.

Altrimenti spiegatemi come, dinanzi ad una previsione di crescita del 2,9% (non i mirabolanti +0,6% dell’#ItaliaFALLITA) gli spagnoli abbiano votato Podemos e altri alle ultime elezioni…

Come ripeto da secoli: è del tutto naturale che se un paese crolla (vedi #ItaliaFALLITA)

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potrà anche rimbalzare…come il gatto morto buttato giù dal 20esimo piano…ma il problema è che, rebus sic stantibus, non c’è alcuna realistica possibilità di una vera ripresa.

Guardatevi attorno: anche senza capire una cippa di economia, lo leggete sui volti delle persone.

Leggete quanto riporta http://www.milanofinanza.it/

Ormai anche i mainstream ammettono chiaramente come stanno le cose (mi dicono che #Ballarò abbia trasmesso uno dei grafici che posto da anni…tra poco vedrà l’hastag #ItaliaFALLITA… -:) )

Leggete la storia "spagnola" in chiave italiana.

Le politiche sono le stesse, da noi abbiamo solo la versione cialtronesca e ridicola di Monti (Renzi) ma il film è lo stesso…

Cesar Mahiques potrebbe chiamarsi Mario Rossi..

L’impresa per la quale lavora (ed il paese) sta lentamente crescendo..guadagnando quote di esportazione..etc, etc ma lui ha visto dimezzarsi lo stipendio..è pieno di debiti..non farà alcuna vacanza, etc, etc

In questa ottica sono da leggersi le misure del governo Renzi (#jobsact, taglio della sanità, taglio delle pensioni, prestito vitalizio ipotecario, etc, etc)

Dietro i numeri….

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spesso si celano drammatiche verità…

Dopo quasi un anno di disoccupazione, Cesar Mahiques è stato abbastanza fortunato da ottenere un posto nella direzione di una fabbrica in una città in cui vengono prodotte piastrelle in ceramica. La paga è però inferiore del 50% rispetto al lavoro precedente. Metà del suo stipendio ora va nel rimborso dei debiti, ponendo fine al suo stile di vita agiato. Lo scorso anno, per esempio, ha dovuto cancellare le vacanze della famiglia per permettersi la riparazione dell’auto. Le esportazioni della fabbrica di piastrelle sono in piena espansione, racconta, ma “alla fine di ogni mese mi rimangono solo spiccioli”.

Le sensazioni contrastanti di Mahiques rappresentano quelle della Spagna. Il Paese sta guadagnando l’uscita dalla recessione più lunga dal dopoguerra per l’Europa. Le esportazioni spagnole stanno guadagnando una quota di mercato all’interno e all’esterno del Vecchio Continente, ma il modo in cui questo sta avvenendo è riducendo i costi e vendendo a meno. E il rovescio della medaglia è l’abbassamento degli stipendi dei lavoratori spagnoli, rendendo più difficile un’uscita dal pesante indebitamento che è stato alla base della crisi.

Alle autorità europee piace sostenere che il ritorno della Spagna alla crescita sia un successo, ma molti spagnoli riferiscono di non stare percependo questa ripresa. L’economia è cresciuta per sette trimestri consecutivi, in rialzo del 2,7% nell’anno conclusosi a marzo. Tuttavia, il tasso di disoccupazione è intorno al 24%, e una recente indagine dell’Unione Europea ha riscontrato che il 97% degli spagnoli vede la situazione economica ancora come “negativa”. Più del 40% degli spagnoli intervistati lo scorso anno ha riferito di non avere una riserva di liquidità per le spese impreviste e non può permettersi una vacanza di una settimana.

Anche altri Paesi alla periferia della zona euro stanno faticando a sostenere la ripresa e a superare una delle loro maggiori debolezze, ovvero lo svantaggio competitivo con le altre economie. Come la Spagna, Portogallo e Irlanda hanno dovuto stringere la cinghia per anni al fine di trasformare enormi disavanzi della bilancia commerciale in modesti surplus. Ma come tutte le tre economie in ripresa, il crescente consumo di beni importati rischia di far tornare i conti in rosso e di aggiungersi alla montagna di debito estero, ha affermato Zsolt Darvas, senior fellow di Bruegel, un think tank indipendente di Bruxelles.

Il Portogallo ha tagliato le retribuzioni dei dipendenti pubblici e ha agevolato questa possibilità nel privato, ma una flessione nei consumi ha frenato la ripresa, e i costi del lavoro non sono scesi abbastanza da incoraggiare una forte crescita guidata dalle esportazioni. I costi del lavoro pesano anche sulle imprese di Francia e Italia. I tagli delle aliquote degli oneri fiscali dello scorso anno hanno dato sollievo ai datori di lavoro di entrambi i Paesi, per essere compensati da una crescita dei salari solamente in Francia. In Italia una moltitudine di problemi, tra cui una burocrazia inefficiente, scuole insoddisfacenti e scarsità dell’innovazione, implicano che nei prossimi anni l’economia, appena uscita dalla recessione, probabilmente non crescerà più dell’1% all’anno.

Pesante indebitamento
Anche nelle economie europee che stanno crescendo, milioni di famiglie sono strozzate dalla riduzione dei salari e da debiti ancora imponenti. In Spagna, secondo l’Instituto Nacional de Estadística, il reddito medio delle famiglie è calato del 13% tra il 2008 e l’inizio dello scorso anno. Quando i salari scendono, le famiglie e le imprese devono dedicare una più ampia quota delle proprie entrate a ripagare i debiti, che non calano. Tra il 2012 e lo scorso anno, riporta il Banco de España, questi rimborsi hanno lasciato le famiglie con un risparmio netto che si aggira intorno allo zero. “È come se stessi portando uno zaino molto pesante e con il passare degli anni diventassi sempre più magro, e lo zaino sembrasse sempre più pesante”, ha commentato Juan Carlos Ureta, presidente di Renta 4 Banco, una banca e società di brokeraggio spagnola.

L’economia spagnola, sommando il pubblico e il privato, ha uno dei livelli di debito più elevati al mondo, quasi tre volte la produzione economica annua del Paese. Più di metà del debito spetta a creditori esteri, il che lascia il Paese in situazione di vulnerabilità nel momento in cui i mercati finanziari internazionali diventano volatili. Senza una ripresa più solida, “esiste il rischio reale che la Spagna resti nella trappola del debito”, ha spiegato Simon Tilford, vicedirettore del Center for European Reform, un think tank apartitico di Londra.

I timori che la ripresa nell’eurozona possa restare in stallo a causa di un periodo prolungato di calo dei prezzi hanno portato la Bce a intervenire a marzo, stampando denaro per acquistare asset, tra cui i titoli di stato. I prezzi al consumo nel blocco dei 19 sono scesi dello 0,1% rispetto all’anno precedente, con un -0,7% in Spagna. Questa politica ha fatto scendere il tasso di cambio dell’euro, dando speranza agli esportatori europei e risollevando un clima di fiducia nelle imprese. A maggio, quando i prezzi all’interno dell’eurozona sono cresciuti a un tasso annuale dello 0,3%, il presidente della Bce Mario Draghi ha affermato che l’economia del blocco aveva voltato pagina, con una ripresa della crescita e le stime sull’inflazione in ripresa dalla depressione.

Tuttavia, la maggior parte degli economisti dubita che queste misure possano far avvicinare l’inflazione all’obiettivo della Bce del 2% annuo. I prezzi nei negozi spagnoli, in calo da luglio, probabilmente rimarranno sotto pressione a causa della forte disoccupazione, degli investimenti deboli e degli stipendi bassi, ha riferito Edward Hugh, un economista che lavora a Barcellona.

Promuovere le esportazioni
La parte essenziale della strategia di ripresa della Spagna è stata stimolare le esportazioni. Nuovi contratti di lavoro che prevedono la riduzione degli stipendi hanno aiutato a persuadere i produttori di automobili a spostare parte della produzione da qualsiasi altro posto in Europa alla Spagna. Le società più piccole hanno favorito la promozione delle vendite all’estero di prodotti che vanno dall’olio d’oliva agli agrumi fino a turbine eoliche e pneumatici. E per vendere oltre l’eurozona, un euro ora più economico è d’aiuto.

Alla fine dello scorso anno, le esportazioni spagnole hanno raggiunto quasi il 33% del Pil, in rialzo rispetto al 26% pre-crisi, anche se allora il Pil era maggiore. Le piastrelle per bagni e cucine sono tra i principali performer. Dal 2011 al 2013, le esportazioni di piastrelle sono cresciute a un tasso annuo intorno al 10%, prima di rallentare al 3% dello scorso anno.

L’industria delle piastrelle, concentrata vicino alla costa del Mediterraneo, nella provincia di Castellón e nella città di Alcora, è un microcosmo che esemplifica la rotta per la ripresa del Paese, che presenta qualche svantaggio. La regione ha conosciuto una intensa frenesia per il real-estate, che ha alimentato una rapida crescita nei settori connessi alle costruzioni. Gli anni della bolla hanno irretito i lavoratori e hanno fatto salire gli stipendi, tanto che gli operai giravano in Bmw tooltip.png comprate a credito.

Il crollo dopo il 2008 ha colpito pesantemente la regione. Stando ad Ascer, una federazione del settore, cinquantasei su duecentosette produttori di piastrelle hanno chiuso. Si sono persi più di 12 mila posti di lavoro, ovvero il 47% del totale, poiché anche le imprese che resistevano hanno dovuto licenziare. La disoccupazione a Castellón, che prima della crisi era poco oltre il 6%, due anni fa ha raggiunto il 31% circa, e ora è al 26%.

Mahiques, che è ingegnere industriale, è entrato nel settore delle piastrelle negli anni ’90, poco prima che la Spagna adottasse l’euro e desse luogo al boom del mattone alimentato dal credito. In sedici anni ha visto più che quintuplicare il proprio compenso, ha comprato un’auto migliore e ha fatto delle vacanze più belle. Nel 2007, insieme all’ex moglie ha acceso un secondo mutuo per comprare una casa più grande, con il progetto di vendere quella vecchia dopo l’acquisto. “Eravamo tutti trascinati dal vortice”, ha affermato Mahiques. Quando il mercato delle case è crollato, vendere la casa è stato impossibile e poi nel 2012 ha perso il lavoro.

Un produttore di piastrelle, Halcón Cerámicas, ha superato la recessione chiudendo due dei tre impianti di proprietà e licenziando più della metà dei dipendenti. Inoltre, ha ridotto il prezzo delle piastrelle, reindirizzando gli sforzi di vendita verso grandi imprese edili all’estero. I cali del 20% di Halcón e di altri sopravvissuti alla crisi hanno attirato clienti come Dave Campbell, la cui famiglia gestisce House of Tiles, una piccola catena di negozi di Dublino. “I produttori spagnoli erano alla disperata ricerca di lavoro”, ha riferito Campbell. Quindi, i prezzi ridotti l’hanno portato a rifornirsi maggiormente in Spagna.

Siccome la crescita di ordini arretrati di Halcón è cresciuta, la società ha affittato una fabbrica da tempo inattiva e ne ha riavviato la linea di produzione. Per gestirla, lo scorso anno la società ha assunto Mahiques, che ora supervisiona sessantatré lavoratori e tre catene di montaggio. Ma c’è un’enorme differenza: con la retribuzione mensile del posto che ha perso nel 2012 aveva raggiunto i 4.000 euro, mentre con il nuovo posto ne guadagna 2.000. Le cene al ristorante adesso sono una rarità. In aggiunta, la scorsa estate la sua Volkswagen Polo vecchia di tredici anni si è rotta e ha dovuto sborsare 1.050 euro per cambiare frizione e scatola del cambio. Quindi ha dovuto cancellare il viaggio che aveva in programma con la famiglia in una località di mare del Mediterraneo. “Si passa da una situazione stabile e agiata a una in cui lo stipendio copre a malapena i costi”, ha lamentato.

La retribuzione generale nella fabbrica che gestisce è circa il 20% inferiore a quella della vecchia fabbrica di Halcón, ha detto Vicente Gascó, responsabile delle risorse umane della società. In quella più vecchia, i sindacati si sono opposti alle riduzioni degli stipendi, ma i lavoratori hanno accettato un blocco.

Personale ridotto
La forza lavoro della fabbrica riaperta è molto più ristretta di quella che Mahiques gestiva nel precedente impiego: dodici persone per ogni turno, ovvero il 60% in meno rispetto alla fabbrica precedente. Infatti, Halcón ha installato delle stampanti digitali che decorano e danno lo smalto alle piastrelle rapidamente e in maniera accurata e un’altra macchina si occupa dei controlli di qualità che precedentemente venivano fatti manualmente.

Per quanto Mahiques guadagni meno dei lavoratori di grado inferiore della vecchia fabbrica di Halcón, non si lamenta. “Minori sono i costi, più è probabile che la società realizzi utili sul lungo periodo, ed è quello che terrà i nostri posti di lavoro al sicuro”, ha detto. Gli anni della diminuzione del reddito delle famiglie hanno favorito la deflazione nella provincia di Castellón. I prezzi al consumo sono scesi dell’1% nei dodici mesi fino ad aprile.

Invece intorno ad Alcora, una città collinare con un castello moresco, non sono solo i prezzi a ridursi. Al ristorante Panorama, situato in una polverosa rotatoria vicino a diverse fabbriche di piastrelle, l’attività si è più che dimezzata dallo scoppio della crisi economica. Il proprietario Manuel Muñoz ha ridotto la giornata lavorativa ai dipendenti e ora riempie i panini con meno prosciutto. Lavorando fino a sedici ore al giorno sopravvive, ma si sente in trappola. “Se vendessi il ristorante, non otterrei abbastanza per avviare qualcos’altro e ci sono pochi posti di lavoro là fuori”, ha raccontato. “Sembra che questo sarà il modo in cui vivrò”.

Al Vora Fira Hotel vicino a Valencia, il proprietario Juan Puchades un tempo, durante il periodo delle fiere, faceva pagare alle società di ceramica 225 euro a notte per le camere. Ora ha ridotto a 60 euro e per ospitare le famiglie di turisti con figli ha aggiunto un divano-letto in ogni camera. Puchades ha passato al setaccio il buffet della colazione per cercare qualcosa in cui risparmiare e adesso i panini sono più piccoli. “Abbiamo raggiunto un livello di ‘ottimizzazione’ per cui non c’è più altro da tagliare”, ha aggiunto.

Tuttavia, la strategia dei produttori di piastrelle di abbassare i prezzi potrebbe anche avere qualche limite. Nel tentativo di guadagnare un vantaggio, hanno intensificato la produzione di piastrelle in argilla rossa, che sono più economiche rispetto a quelle di porcellana preferite da molti clienti dell’Europa Settentrionale, ha raccontato Isidoro Zarzoso, segretario del sindacato Ascer. Ma le piastrelle di argilla rossa hanno trovato un mercato crescente nell’Africa Settentrionale; d’altra parte, queste vendite non possono compensare il crollo domestico, per cui le vendite delle piastrelle nel 2014 sono rimaste a un terzo di quello che erano nel 2007. “Siamo già presenti in 185 Paesi. A questo punto diventa sempre più difficile far crescere le esportazioni”, ha commentato Zarzoso.

fonte: http://www.milanofinanza.it/

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