Addio Milano, vado in Svizzera

Posted on giugno 25, 2015 di


Come ho sempre scritto, i migliori se ne vanno dall’ #italiaFALLITA, paese feudale, in mano a caste-consorterie-corporazioni, criminalità-corruzione…con una popolazione sempre più anziana..un debito pubblico esplosivo…tasse abnormi in relazione ai servizi offerti…con margini di crescita economica inesistenti..in declino irreversibile ultraventennale…etc, etc

Sono cose che qui ho scritto da anni e che, ancora prima, dicevo.

Lo ripeto soprattutto ai giovani: non restate qui come frustrati portati alla depressione piscologica e alla povertà economica, sfruttati sul lavoro e senza alcuna prospettiva…
Andatevene quanto prima da questo paese fallito.
La vita è una e viviamo in un mondo globalizzato.

E non pensate di "poter cambiare qualcosa" in questo paese di italioti.

Date retta: in futuro potreste pentirvi amaramente per essere rimasti qui.

Paolo ha trent’anni, un passato da studente in Bocconi e un presente da avvocato a cavallo tra l’Italia e la Svizzera. Dopo quattro anni passati a lavorare a Milano, prima in uno studio internazionale, poi in una delle più grandi società di revisione, ha deciso di fare il grande salto e tentare la carta del Canton Ticino.

«Chi come me è nato e cresciuto in provincia di Varese, ha sempre avuto un occhio rivolto verso la Svizzera. Le condizioni economiche e fiscali sono molto vantaggiose rispetto all’Italia e a un certo punto il trasferimento professionale è diventato inevitabile» – racconta.

Per lui, la svolta è arrivata con la nascita della prima figlia e la necessità di pagare un mutuo da mille euro al mese. È stato in quel momento che, faccia a faccia con le responsabilità del «diventare grandi», si è accorto che lo stipendio («pur migliore rispetto a quello di tanti miei colleghi» – riconosce), non bastava più.

Già perché Paolo era tra i fortunati che potevano contare su un’entrata (netta) di almeno 2mila euro al mese: «molti miei coetanei a Varese, lavorano per meno di 500 euro. E parliamo di avvocati abilitati, non praticanti!» – chiarisce – «A Milano, invece, difficilmente si va oltre i 1500 euro mensili, ma i costi di vita sono molto più alti».

Dopotutto, le difficoltà dei giovani avvocati italiani sono note: lavorano spesso come dipendenti pur figurando come liberi professionisti, con partite Iva che coprono una giornata lavorativa lunga fino 12 o 14 ore, con prospettive di crescita esigue.

La stessa Aiga, Associazione italiana dei giovani avvocati, ha sottolineato in un recente report come l’80% degli avvocati negli studi legali eserciti solo formalmente la libera professione. I più si accontentano di una corresponsione fissa o variabile, rinunciando all’idea di aprire un proprio studio e di avere contatti diretti con i clienti.

Sempre più numerosi, invece, sono coloro che scelgono l’opzione del frontaliere, proprio come Paolo. Dal 2000 a oggi, i laureati che attraversano ogni giorno il confine per lavorare sono passati dal 6% al 17%, tra questi, circa 4mila sono professionisti del settore intellettuale e scientifico, ben 2mila sono dirigenti o quadri superiori.

«Io stesso, ci pensavo da circa un anno, influenzato anche daitanti amici che già facevano i frontalieri. Così, ho iniziato a guardarmi intorno e ho trovato tante opportunità interessanti vicino Lugano. Anche se, onestamente, le barriere all’entrata sono alte» – confida Paolo.

In primis, la materia: la legislazione è diversa e l’aggiornamento professionale spesso non basta. Inoltre, molte società richiedono non solo l’aver maturato esperienze in grandi multinazionali, ma anche dimestichezza con le lingue straniere. «Io conosco bene il tedesco che è l’idioma più ricercato e quanto al diritto, lavoro nell’ambito societario e sono avvantaggiato in un certo senso, rispetto a chi è penalista o giuslavorista, ad esempio».

In ogni caso, il gioco vale la candela, almeno a guardare il portafogli: «Lo stipendio in Svizzera è tre volte tanto rispetto a quello italiano e quanto alle tasse, fino al 2017 ho la possibilità di usufruire dell’agevolazione per i frontalieri, pagando solo il 20% su ciò che guadagno (il nuovo regime fiscale per i frontalieri entrerà in vigore solo nel 2018, ndr.)» – assicura Paolo che in Italia continuerà a versare solo i contributi.

«L’obiettivo è seminare, per poi raccogliere, accreditandomi in futuro come avvocato europeo»– conclude, rappresentando così a perfezione il nuovo modello del frontaliere varesino.

fonte: http://www.corriere.it/

Posted in: #NuovaResistenza