Corsera 1997: Hitler profeta dell’ Unione europea e dell’euro

Posted on luglio 14, 2015 di


Sono stato “bloccato” ieri dal Presidente dell’Emilia Romagna per aver ricordato che la deriva europea dopo la “questione greca” non permetteva ai piddini di definirsi “antifascisti”.

Poichè ormai discutere democraticamente con questi signori è impossibile, ecco cosa scriveva il Corsera nel 1997 (non un blogger qualunquista e incazzoso come il sottoscritto -:) )
La deriva antidemocratica e fascistoide è sotto gli occhi di qualunque persona voglia vedere.

ps: il Corsera oggi pubblicherebbe un articolo così?

Ps2: poi si incazzano se solo osi equipaparare Renzi a Quisling…

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IERI E OGGI C’e’ chi teme un’involuzione autoritaria in nome della Moneta Unica. E intanto lo storico inglese John Laughland svela le origini antidemocratiche dell’idea EUROPA Hitler profeta dell’Unione Quando il Fuhrer diceva: “Siamo una famiglia di popoli” Ese il sogno europeo strangolasse la democrazia? Se i tecnocrati di Bruxelles si preparassero a sospendere le liberta’ costituzionali, come hanno fatto a suo tempo i militari algerini? E’ il sospetto angoscioso che avanza Barbara Spinelli dalle colonne della Stampa. Un’ipotesi neanche tanto “fantapolitica”, viste le difficolta’ di far quadrare i parametri della Moneta Unica. Del resto, questi rischi di involuzione illiberale sono stati piu’ volte denunciati anche da un’autorita’ come Ralf Dahrendorf. Ma nessuno finora, neppure tra gli euroscettici piu’ inveterati, si era mai azzardato a mettere in dubbio i sacri principi, l’ispirazione democratica del processo di integrazione. A infrangere quest’ultimo tabu’ provvede ora lo storico John Laughland con un libro documentato e feroce appena uscito in Gran Bretagna, The Tainted Source (La sorgente infetta), editore Little, Brown and Company. Sottotitolo: le origini antidemocratiche dell’idea europea. Capovolgendo uno dei luoghi comuni piu’ tenaci della vulgata federalista, Laughland cerca di dimostrare che il progetto di un’Europa unificata non e’ figlio del pensiero liberale, ma delle ideologie totalitarie, naziste e fasciste, nelle loro molteplici varianti. E che lungi dal rappresentare una conquista di liberta’, il superamento della sovranita’ nazionale mina alla base lo Stato di diritto e le garanzie fondamentali del cittadino. Laughland, un intellettuale di idee thatcheriane che collabora al Wall Street Journal e al Sunday Telegraph, non e’ nuovo a simili provocazioni. Tre anni fa il suo pamphlet The Death of Politics (La morte della politica) aveva fatto infuriare gli europeisti bigotti. Ma questa volta l’impatto potrebbe essere ancora piu’ devastante. Proprio mentre Tony Blair riapre il dialogo con Bruxelles e rivendica per il suo paese un ruolo – guida nella Ue al fianco di Francia e Germania, un suo concittadino getta una bomba ad altissimo potenziale contro il mausoleo dei padri fondatori. Staccate dalla parete i ritratti di Adenauer, di Schuman o di Jean Monnet – ci dice Laughland – e sostituiteli con quelli di Hitler, di Mussolini o di Petain. Sono loro i veri apostoli dell’idea europea. E’ dai loro cromosomi che discendono, senza saperlo, i “ragionieri” di Maastricht, quelli che danno pagelle ai governi e decidono chi dev’essere promosso e chi bocciato. Verrebbe spontaneo liquidare queste affermazioni come semplici boutade dettate da pregiudizi antitedeschi, un po’ come quel filmaccio hollywoodiano nel quale i capi della Bundesbank portano la svastica al braccio: se non fosse che l’autore ha corredato il suo atto di accusa con un poderoso apparato di note. E allora visitiamo insieme questa galleria degli antenati. Cominciamo da Joseph Goebbels. Fu il ministro della Propaganda del Terzo Reich, un personaggio che viene di solito associato a iniziative poco simpatiche, come il rogo dei libri “proibiti” o la campagna contro gli ebrei. Bene, se riascoltassimo oggi i discorsi di questo signore a proposito dell’Europa, potremmo scambiarlo per Helmut Kohl. La tecnologia dei trasporti e delle telecomunicazioni sta accorciando le distanze tra i popoli – diceva Goebbels nel 1940 – e questo condurra’ inevitabilmente all’integrazione europea. “I popoli dell’Europa stanno rendendosi sempre piu’ conto che molte delle controversie che ci dividono sono semplici baruffe famigliari in confronto alle grandi questioni che devono essere risolte tra i continenti”. Circa il modo di riportare la pace in famiglia, sappiamo bene che cosa il nostro avesse in mente. Ma con le buone o con le cattive, il risultato che si prefiggeva era l’abolizione delle frontiere tra gli Stati nazionali, che e’ per l’appunto l’obiettivo del trattato di Maastricht. “Voi siete gia’ membri di un grande Reich che si prepara a riorganizzare l’Europa, abbattendo le barriere che ancora dividono i popoli europei e rendendo piu’ facile per loro lo stare assieme”. Goebbels non e’ propriamente un modello per i giovani d’oggi, ma bisogna riconoscere che aveva la vista lunga: “Tempo cinquant’anni – disse – e la gente non pensera’ piu’ in termini di nazione”. Sortite propagandistiche, si dira’, la classica foglia di fico per nobilitare una politica di aggressione. Obiezione respinta. Laughland ci spiega che in realta’ Hitler la pensava cosi’ ben prima di scatenare le sue panzerdivisionen. Parlando all’adunanza del partito nazista a Norimberga, nel 1937, il Fuhrer disse testualmente: “Noi siamo piu’ interessati all’Europa di qualsiasi altro paese. La nostra nazione, la nostra cultura, la nostra economia, sono cresciute entro un piu’ ampio contesto europeo. Pertanto dobbiamo essere i nemici di ogni tentativo di introdurre elementi di discordia e distruzione in questa famiglia di popoli”. Nell’agosto 1941, un comunicato congiunto italo – tedesco, controfirmato dall’alleato Mussolini, avrebbe ribadito in termini piu’ bellicosi un concetto analogo: “La distruzione del pericolo bolscevico e dello sfruttamento plutocratico rendera’ possibile una pacifica, armoniosa e proficua collaborazione tra tutti i popoli del continente europeo, nel campo politico come in quello economico e culturale”. Ma la piu’ articolata riflessione nazista sull’argomento sarebbe venuta l’anno successivo, con la grande conferenza organizzata dagli imprenditori berlinesi sul tema Europaische Wirtschaftsgemeinschaft (letteralmente: Comunita’ economica europea), con la partecipazione di autorevoli esponenti del regime. Il ministro dell’economia del Reich, Walter Funk, che era anche presidente della Banca centrale, sostenne in quell’occasione che la costruzione di aree economiche “segue una naturale legge di sviluppo”, e ricordo’ che quando la Germania era frazionata in tanti staterelli ciascuno con la sua moneta, il Paese non era in grado di fare fronte alla concorrenza di Francia e Inghilterra. Pur ammettendo che l’integrazione del continente sarebbe stata piu’ difficile da realizzare della Zollverein, l’unione doganale tedesca, il ministro concludeva che si sarebbe dovuta comunque fare, “perche’ il suo momento e’ venuto”. Un mercato unico, con il Reichsmark come valuta di riferimento: questo il sogno degli economisti nazisti. Non molto diverso, dopotutto, da quello degli gnomi della Bundesbank degli anni Novanta. Ma il dibattito non si ferma a Berlino, coinvolge anche l’Italia fascista. Alberto de Stefani, che fu ministro delle Finanze di Mussolini dal ’22 al ’25, scrive nel 1941: “Le nazionalita’ non costituiscono una solida base per il progettato nuovo ordine, a causa della loro molteplicita’ e della loro tradizionale intransigenza… Un’unione europea potrebbe non essere soggetta alle oscillazioni di politica interna che sono caratteristiche dei regimi liberali”. Gli fa eco il direttore di Civilta’ Fascista, Camillo Pellizzi: “Una nuova Europa: questo e’ il punto, e questa la missione che abbiamo di fronte a noi. Il che non significa che Italiani, Tedeschi e le altre nazioni della famiglia europea debbano… diventare irriconoscibili… Sara’ una nuova Europa per la nuova ispirazione e il principio determinante che emergera’ tra tutti questi popoli”. L’anello mancante, il trait – d’union tra fascismo e federalismo, secondo Laughland, e’ una corrente filosofica alla quale dice di ispirarsi uno dei piu’ grandi eurocrati, Jacques Delors: il personalismo di Emmanuel Mounier. Una dottrina “nebulosa” nella quale tendenze ecumeniche e comunitarie si mescolano, soprattutto negli anni Trenta, a forti dosi di anticapitalismo e di antiparlamentarismo. Intorno a Esprit e a Ordre Nouveau, le due riviste del gruppo, dirette rispettivamente da Mounier e da Denis de Rougemont, si aggregano diversi intellettuali che guardano almeno inizialmente con favore all’esperimento nazionalsocialista. E lo stesso Mounier partecipa nel 1935 a un convegno a Roma sullo Stato corporativo, al termine del quale loda lo “slancio costruttivo” degli studiosi in camicia nera. C’e’ dunque una continuita’ tra l’europeismo totalitario degli anni Trenta e Quaranta e quello “democratico” del dopoguerra. Entrambi hanno un avversario comune: lo Stato nazionale, in cui vedono una minaccia per la pace e un recinto troppo angusto per un’economia di dimensioni planetarie. Per entrambi, “la molteplicita’ implica disordine e l’ordine richiede uniformita’. Intorno a questi concetti, nell’Europa di oggi, si realizza una inedita convergenza tra liberali tecnocratici alla Leon Brittan e socialisti alla Delors. “A differenza dei conservatori, i liberali tecnocratici pensano di poter avere la ciliegina dell’ordine liberale senza la torta della nazionalita’, della legge e della politica che dovrebbero sottostare a esso”. Niente di piu’ sbagliato, sostiene l’autore. Fin dall’antichita’, la cittadinanza e’ strettamente legata all’esistenza di confini. Lo stesso termine greco polis, come il latino urbs, rimanda al concetto di cerchio, di mura perimetrali. E il vocabolo inglese town (citta’) ha la stessa radice etimologica del tedesco zaun, che vuol dire appunto recinto. “La chiarezza territoriale – dice Laughland – e’ un prerequisito essenziale per l’organizzazione non tribale” delle societa’ umane. “E’ per questo che la storia dello Stato di diritto e quella dell’idea nazionale sono inseparabili… Lungi dall’essere una minaccia per l’ordine liberale, la nazione ne costituisce il fondamentale presupposto”. Ubbie di un thatcheriano nostalgico? Puo’ darsi. Ma se qualcuno pensa di riesumare dopo due secoli la Serenissima Repubblica, forse un po’ di colpa ce l’hanno anche i tiranni della Moneta Unica. *

Chiaberge Riccardo

Pagina 29
(14 maggio 1997) – Corriere della Sera

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