Sarà la spesa militare a mettere il turbo al Pil americano?

Posted on novembre 25, 2015 di


La mia tesi la conoscete.
Gli eventi recenti parrebbero indicare che questa ipotesi porprio peregrina non sia.

ps: non importerà quanto sangue si dovrà versare, ragazzi.

Warfare2
E’ da un po’ che non trattavo il tema della folgorante ripresa economica americana, quindi diamo un’occhiata a cosa è successo nel frattempo. Primo, un mese fa abbiamo scoperto che il Pil degli Usa era cresciuto solo dell’1,5%, un dato non esaltante ma che aveva al suo interno un particolare positivo, ovvero il calo delle scorte.
Bene, ieri è arrivata la prima revisione del Pil del terzo trimestre e, rullo di tamburi, ecco il risultato:
Q3_1
siamo saliti dall’,1,5% al 2,1%. Peccato che poi tocca sempre scomporli i dati e leggere le varie voci. E cosa si scopre? In primis che quell’aumento non è dovuto ai consumi personali, passati da +3,2% a +3,0% e quindi da un contributo del 2,19% al Pil al 2,05%. Secondo, chi ha generato quel salto, allora? Ecco qui la risposta,
Q3_2
l’aumento delle scorte, visto che il dato originale del -1,44% è stato rivisto su base annua a -0,59%! E non basta, perché questo altro grafico
Q3_3
ci mostra come il contributo al Pil di questa voce sia salito da 62,2 miliardi di dollari a 100,6 miliardi! Conclusione: senza quei 40 miliardi in più garantiti dalla previsione, il Pil Usa del terzo trimestre sarebbe cresciuto solo dell’1,2%.

Ma proseguiamo la carrellata. Ecco qui il dato delle vendite di case esistenti,
Existing_homes
scese del 3,4% su base mensile in ottobre, contro le attese di -2,7%, anche a causa del vero e proprio collasso nell’area occidentale del Paese, -8,7%. Su base annua, le vendite crescono solo del 3,9%, la lettura più debole da gennaio. E che dire di questo altro grafico,
Confidence1
il quale ci mostra che se solo tre mesi fa l’indice Consumer Confidence era ai massimi da otto anni, oggi siamo crollati da 99.1 a 90.4, il tonfo peggiore da marzo 2009! E c’è di più dentro questo dato, perché il grafico
Confidence2
ci mostra come per gli americani con reddito più basso sia sparita anche la speranza, mentre quest’altro
Job_opp
non sembra sprizzare fiducia e ottimismo per la dinamo occupazionale. Ma sono tutti dei gufi.

E se questa “torta”
New_Yorkers
ci mostra come oltre la metà dei newyorchesi fatichi a tirare la fine del mese, questo altro grafico
Mexico_wave
ci mostra qualcosa di ancora più inquietante, se letto in chiave economica e non socio-demografica: tra il 2009 e il 2014, più di 1 milione di messicani sono tornati nel loro Paese, contro solo 800mila entrati negli Usa e questo perché a livello di dinamiche salariali e costo della vita gli States non sono più la terra promessa che sono stati per anni. Di più, anche mettendo in conto gli immigrati clandestini che non figurano nei dati ufficiali, il numero totale di chi varca il confine con gli Usa è in calo per la prima volta dagli anni Settanta.

Ed ecco poi il dato della Fed di Richmond,
Richmond1
in contrazione per il terzo mese di fila e con la componente occupazione in netto calo, come ci mostra il grafico.
Richmond2
E anche la voce delle dinamiche salariali non è messa bene, visto che si tratta del tonfo peggiore dal maggio 2011. Recessione o magari un po’ di QE4?

Chissà, certo il dato PMI manifatturiero non è il massimo, visto che come ci mostra il grafico,
Manu_crash
è letteralmente collassato ai minimi da 25 mesi, con l’occupazione nel settore che ha visto l’aumento mensile minore dal 2010. Con 52.6 contro le attese di 54.1, il dato PMI di ottobre dovrebbe far riflettere e non poco la Fed. Non tanto per la rinnovata debolezza degli ordinativi per l’export, quanto per una dinamica più strutturale e sistemica. In molti, infatti, fanno notare come il dato manifatturiero sia sempre meno importante come indicatore, visto che l’economia Usa si sta spostando sui servizi e sarà sempre più dipendente da questo settore in futuro, mentre la manifattura pesa per il 12% della produzione industriale contro il 30% degli anni Cinquanta, come ci mostra il grafico.
Manu_services1

Il problema, però, sta in questo altro grafico,
Manu_services2
il quale ci mostra come l’ultima volta che il tasso di disoccupazione è arrivato ai livelli attuali, ovvero piena occupazione, nel range 25-54 anni erano impiegati più dell’80% dei partecipanti, contro il 77% di oggi. Ma non è solo il livello di occupazione a rimanere sotto pressione, bensì anche le dinamiche salariali, visto che i lavori legati al comparto dei servizi sono pagati meno e hanno un effetto moltiplicatore basso che porta a bassi tassi di crescita occupazionale. Di fatto, come ci mostra il grafico,
Manu_services3
l’America potrebbe essere un’economia dei servizi ma è ancora la manifattura a guidare le recessioni.

E sempre per il basso impatto dell’effetto moltiplicatore, questo grafico
Manu_services4
ci mostra come l’aumento delle spese nel comparto dei servizi non porti ad aumenti salariali, mentre quest’altro
Manu_services5
chiarisce come l’impatto delle spese obbligatorie nei servizi sanitari legati al programma Obamacare, sia tutt’altro che benefico visto che l’aumento dei premi assicurativi assorbe una parte sempre maggiore del budget a disposizione dei cittadini.

Ma per capire ancora meglio lo status quo dell’economia Usa bisogna sapere che il credito revolving è cresciuto molto quest’anno, soprattutto a partire dal mese di marzo: la Fed stima che nei sette mesi conclusisi a settembre, il balzo sia stato di 39 miliardi di dollari e, per mettere le cose in prospettiva, giova ricordare che dall’inizio del 2012 al febbraio di quest’anno l’aumento totale è stato di 44 miliardi! In soli sette mesi, i cittadini Usa si sono indebitati quasi quanto avevano fatto negli oltre tre anni precedenti il mese di marzo!

Il problema è che questo grafico
No_recovery2
ci mostra l’ennesima bizzarria macro statunitense: per la prima volta in almeno una decade, sia in settembre che in ottobre, le importazioni nei primi tre porti del Paese – Los Angeles, Long Beach e l’harbor di New York – sono infatti calate: tra agosto e ottobre si parla del 10% in meno, oltretutto nel periodo dell’anno in cui di solito di registra il picco dei volumi cargo.

Come è possibile? L’economia reale Usa, con i suoi dati, non sostiene e giustifica quel dato di indebitamento? Per comprare cosa? Automobili e mutui scolastici, come ci mostra questo altro grafico,
No_recovery4
il quale dipinge plasticamente lo stato di dipendenza totale dell’economia Usa dall’aiuto statale e del finanziamento governativo. Una volta che la bolla subprime del credito al consumo che sta mantenendo in vita il mercato automobilistico esploderà, cosa resterà della manifattura Usa? Ma, soprattutto, con le vendite al dettaglio a picco in un Paese la cui economia si basa al 70% sui consumi, come potrà crescere il Pil? Ci si affiderà ancora alla bolla delle scorte (la quale quando esploderà manderà il dato di crescita sotto terra) e alle spese sanitarie obbligatorie per Obamacare?

Anche perché, come ci mostra il grafico,
Wall_GDP1
gli economisti cominciano a dare letteralmente i numeri con le previsioni per il primo trimestre del 2016, mentre questi altri due grafici
Wall_GDP2
Wall_GDP3
dimostrano la poca propensione alla lucidità di chi è chiamato ad esprimersi. Tranquilli, la ricetta c’è, perché come ci mostra questo grafico,
US_war1
il budget degli Stati Uniti vede le spese per la difesa ai minimi dal 1940 e con il regime di “sequestration” in atto, dal 4,61% del 2012 si passerà addirittura al 2,41% del totale nel 2022. Guarda che combinazione, però, c’è una bella guerra globale al terrorismo da combattere e dopo l’abbattimento del caccia russo da parte dei turchi è tornato a salire anche il prezzo del petrolio!

E questo grafico
US_war2
ci mostra come l’effetto moltiplicatore del warfare abbia funzionato alla grande durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre quest’altro
US_war6
ci mostra le proiezioni delle spese militari Usa e cinesi sotto vari scenari, tra cui anche l’eliminazione della “sequestration” sul budget statunitense. Et voilà, è un gioco da ragazzi e l’imperativo morale della guerra al terrore ce lo impone. Così come le rinnovate ed esacerbate tensioni geopolitiche non consentiranno alla Fed di alzare i tassi a dicembre, visto che la decisione in tal senso sarebbe stata presa nella riunione d’emergenza tenutasi lunedì pomeriggio e di cui vi avevo dato conto nel mio articolo di due giorni fa.

Ma anche altro, come ci mostra questo snapshot,
US_war4
relativo ai contributi ai politici e alle spese di lobbying di una delle corporations del comparto che beneficerebbe maggiormente da un aumento delle spese per la difesa, la Boeing. La quale non fabbrica solo aerei civili ma, ad esempio, anche la bomba a penetrazione anti-bunker progettata per colpire gli impianti nucleari iraniani. Poi si sa, l’anno prossimo negli Usa si vota per le presidenziali e i soldi delle lobby fanno comodo a tutti. Così come il loro sostegno politico. Come diceva già nel 1975 Alberto Sordi, finché c’è guerra c’è speranza.

fonte: http://www.rischiocalcolato.it

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