LA LINEA

 

La Visione

Oggi siamo 7 miliardi.

In un futuro molto prossimo saremo 10 miliardi.

Poi, forse, la popolazione mondiale si stabilizzerà. Se il pianeta non sarà già collassato, se non ci saremo scannati prima per le risorse idriche o energetiche.

I sistemi di sopravvivenza e convivenza, i processi di produzione / scambio / distribuzione della ricchezza, i diritti civili e le pratiche relazionali, tutto quello che conosciamo oggi nel mondo occidentale e che diamo come “acquisito” ha un fondamentale difetto: è stato pensato ed era sostenibile quando eravamo 1, massimo 2 miliardi e di tutti gli altri non importava, tutti gli altri erano fuori dalla Storia, il mondo non era globale.

La globalizzazione non è la fine della Storia, semmai la fine di UNA storia e l’inizio di un’altra.

La Storia Nuova inizia con una Crisi. Economica, finanziaria, sociale, politica. Senza precedenti. Apparentemente senza soluzioni. Per alcuni una crisi “naturale”, “fisiologica”, ma dire “naturale” è anche dire “noi non c’entriamo, non è una nostra responsabilità.”

La verità è un’altra. Questa crisi è stata determinata da scelte fatte da uomini e da gruppi di uomini. Come tale non era inevitabile e non è irrisolvibile, a patto di essere disposti a cambiare paradigma.

Pensiamo all’Europa. Oggi, l’insostenibilità di una moneta unica per aree così eterogenee, la debolezza delle istituzioni comunitarie, il modo in cui è stato progettato e condotto il processo di unificazione, la sua incompletezza, tutto ciò sta mostrando limiti evidenti e pesanti. Se la crisi che ha colpito Irlanda e Grecia prima e poi tutti i Piigs avesse ad esempio colpito (come in effetti già accaduto nella Storia) uno Stato Usa, non si sarebbe affatto verificato il crollo dell’economia e la disgregazione sociale a cui stiamo assistendo.

Scelte di uomini, decisioni di uomini.

Proprio la Grecia, la madre di quello che chiamiamo Occidente, ci dice attraverso il mito che la crisi nasce dal mancato rispetto di un equilibrio. Paradossalmente, la crisi ha quindi una funzione positiva perché tendente a ricomporre l’equilibrio che si è spezzato.

Oggi, generalizzando, la crisi è figlia di un processo di rottura dell’equilibrio tra la finanziarizzazione dell’economia e l’economia reale stessa, tra la creazione continua di debito a fronte di una decrescita continua.

In greco antico, crisi deriva da krinein, che significa “decidere”, “giudicare”.

Lo ripetiamo: la crisi che stiamo vivendo non rappresenta la fine della Storia, ma di una storia, non la fine del Mondo, ma di un mondo.

Questa è la nostra occasione (“crisi” in cinese), per prefigurare nuovi mondi e nuovi modelli, per ritrovare nuovi equilibri, per riprenderci la Storia, il Mondo.

Rispetto a questo cambiamento epocale (NON la globalizzazione, ma l’ingresso nella Storia di ciascun essere umano), il sentimento prevalente che ha guidato e guida le scelte dei governi e spesso anche quelle degli individui è stato fino a oggi quello della PAURA.

Da cui la falsa e sbagliata scelta del locale per il globale, come se potessero sopravvivere separati, le ville di periferia cintate di filo spinato, la voglia di affondare quei barconi di poveracci.

Da cui l’arroccamento su posizioni  veterotestamentarie e semplificatorie rispetto a temi complessi come la vita, la sessualità, le relazioni umane.

Da cui l’inutile difesa di sistemi produttivi e di welfare che sono nati già di per sé insostenibili, se non per gli uomini, sicuramente per il pianeta Terra.

Da cui il tentativo delle oligarchie tecno-politico-finanziarie di privare i popoli del loro diritto a scegliere, di eliminare quella cosa fastidiosa chiamata democrazia.

Se sarà ancora la paura a guidarci, il nostro destino è già scritto e non è certo un destino glorioso. Tanto varrebbe accelerare il processo, piuttosto che tentare inutilmente di rallentarlo, e far scoppiare immediatamente la Prima Guerra Globale: i superstiti, se ci saranno superstiti, ricostruiranno.

Oppure.

Oppure c’è un’altra strada.

E la strada è quella di non fregarsi il pensiero con la paura.

La strada è quella di accettare fino in fondo le sfide attuali.

Accettando, sì, la possibilità del fallimento, ma capendo che solo in questo modo, solo accogliendo l’eventualità della propria scomparsa, popoli, organizzazioni, donne e uomini potranno immaginare e realizzare un futuro diverso.

Vale allora la pena di ripensare, in maniera radicale e coraggiosa, modalità e valori sui quali abbiamo costruito le nostre società, la convivenza ormai globalizzata che connette tutte le parti del mondo oggi in maniera conflittuale piuttosto che collaborativa.

Accettare che ci si trovi a un punto di svolta storico, per cui non sono più sufficienti minimi aggiustamenti e riforme parziali per ristabilire l’ordine economico e politico, è il primo difficile passo da compiere.

Per questo servono una visione a largo spettro e a lungo termine, la capacità di farsi attori di cambiamenti in grado di riportare il potere decisionale nelle mani dei singoli cittadini e non di pochi centri di potere, il coraggio di assumersi il rischio di un futuro nuovo e per certi aspetti incerto, ma sicuramente diverso dal melmoso presente in cui il “famoso” 99% della popolazione sta affondando.

5 Ipotesi di futuro

1. Governo Democratico, Aperto, Trasparente, Partecipativo.

Lo Stato-Nazione non è più in grado  di reagire efficacemente alle istanze poste dal presente in termini di dimensioni e velocità di risposta. Bisogna allora pensare a un nuovo modello di aggregazione sociale, capace da una parte di relazionarsi con il mondo globalizzato in maniera competitiva e dall’altra di preservare e sviluppare le peculiarità e le caratteristiche positive proprie di ogni singola entità territoriale. Micro comunità, fortemente interconnesse e dialoganti fra loro, capaci da un lato di proteggere e coinvolgere nei processi decisionali i propri membri, dall’altro di aggregarsi in reti allargate a seconda delle necessità, delle competenze e delle caratteristiche rilevanti (produttive, economiche, culturali).

Modelli di governance trasparenti,  l’apertura del processo democratico a tutti i cittadini, anche grazie a strumenti informatici sempre più efficienti, la pubblicazione di dati, informazioni, contenuti sensibili relativi alla gestione della comunità, la comunicazione istantanea e orizzontale fra governanti e governati saranno i fattori successo di queste micro comunità, che saranno capaci di decidere e, soprattutto, attuare le decisioni prese con maggior velocità, efficacia e – non secondario – controllo dei risultati ottenuti.

2. Economia-finanza-democrazia. Nuovi sistemi di produzione, scambio e distribuzione della ricchezza.

La crisi economica che stiamo vivendo ci obbliga a ripensare alla nostra economia e ai processi in atto, rifuggendo da semplicistiche analisi e soluzioni. Non si può costruire alcuna ipotesi di società migliore se non si parte dallo studio di processi come la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia che incidono profondamente nei rapporti tra Stati e mercati, a tutto vantaggio dei secondi. Oggi appaiono in tutta evidenza i primi segnali di crisi provocati dalla globalizzazione incontrollata e gli squilibri prodotti dallo “spread” tra economia reale e finanza. All’attuale crisi economica si accompagna la progressiva cessione di sovranità (monetaria, fiscale, politica) che sta privando i cittadini di ogni possibilità di incidere nella vita politica europea, che sottomette la democrazia e le elezioni alla volontà dei mercati e delle tecnocrazie, producendo una deriva che mette seriamente a rischio le nostre istituzioni, la democrazia e la pace tra i popoli.

A questi processi globali e mondiali, per l’Italia si aggiunge una inevitabile presa di coscienza sulla propria partecipazione sia all’Unione Europea, sia, soprattutto alla moneta unica. Non crediamo sia possibile la coesistenza di aree così disomogenee all’interno del soggetto UE: stiamo costruendo gli Stati Uniti d’Europa o qualcosa che assomiglia sempre più all’Unione delle Repubbliche Sovietiche? Una cosa è l’Europa, alla quale tutti guardiamo, altra cosa è l’Unione Europea e l’Euro così come si sono andati costruendo nel corso di questi anni. Oggi non bisogna avere paura di affermare che questo esperimento (un unicum nella Storia) sta pericolosamente fallendo, gettando nella povertà e nella disperazione milioni di cittadini, e che, come tale, va profondamente ripensato.

3. Il conflitto generazionale.

Le categorie politiche del ‘900 lasciamole, appunto, al ‘900. Destra, sinistra, progressisti, moderati… Tutto questo non ha più senso, sono parole che non afferrano più la realtà. Riteniamo fondamentale quale categoria di lettura dei processi contemporanei quella generazionale. Il conflitto oggi in atto, il “noi” e il “loro” non è più tra est e ovest e nemmeno tra nord e sud, ma è una guerra, a volte latente, a volte manifesta, tra padri e figli. Il patto è saltato. Se non si sarà capaci di invertire la rotta, e in fretta, chi segue avrà meno di chi precede. Più precisamente: chi segue si ritroverà impoverito (economicamente, relazionalmente) e abitante di un mondo prossimo al collasso ecologico. I paternalismi hanno fatto il loro tempo. Oggi i diritti/privilegi dei genitori diventano gabbie per le nuove generazioni. Se il rapporto tra ultra65enni e adolescenti diventa di 3 a 1, quella società non ha un futuro. A tutto questo bisogna dire basta. O, inutile girarci intorno, ci sarà violenza, molta violenza (come c’è stata nella Seconda Guerra Mondiale, come negli anni 70). O la lenta fine per obsolescenza.

4. Diritti realmente sostenibili.

I diritti non sono dati a priori, ma si costruiscono e negoziano in condizioni che mutano costantemente. I diritti sono “fluidi” non perché non esistano, ma perché devono essere sottoposti a costante riflessione e rivisitazione. In un mondo che si è fatto globale, quali sono i diritti universali? In che misura possiamo e dobbiamo ripensare i sistemi di welfare? In un mondo in cui la “libertà” è spesso interpretata come “desiderio illimitato” e in cui, contemporaneamente, questo diritto è sempre più compresso nella vita reale e sfogato nel virtuale, è arrivato il momento di ripensare i nostri paradigmi individuali e sociali, prima che le vite, dei singoli e delle comunità, divengano, di fatto, insostenibili.

Temi come il “lavoro”, l’”istruzione”, la “casa” restano oggi ancora validi, certo, ma non possono diventare ostaggio di visioni conservative e retrograde, non lo stanco vessillo di stanche minoranze generazionalmente incapaci di capire un  mondo e una società che cambia. Bisogna trovare il posto per nuovi diritti universali, ad esempio quello alla capacitazione degli individui e dei popoli, al libero accesso alle informazioni, ma ad ogni diritto deve  corrispondere un dovere o, meglio, una responsabilità.

5. La politica come luogo di visione.

Oggi si parla molto di orizzontalità e partecipazione: non è sbagliato, ma non è sufficiente. La politica ritornerà a essere centrale rispetto a economia, finanza, tecnologia, se ritroverà la capacità di immaginare e proporre visioni, di disegnare e governare processi. Il primato della politica è quello delle ipotesi di lungo periodo rispetto alla manutenzione quotidiana dell’ordinario, della grande narrazione collettiva rispetto agli interessi dei singoli. Abbiamo bisogno di persone e gruppi che sappiano prescindere dalla propria sopravvivenza e siano in grado di proporre parole e sguardi sul futuro, percorsi e immagini capaci di aggregare i pensieri e le azioni delle donne e degli uomini del nostro tempo.

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